Genesis – Seconds Out (1977): il tramonto dorato del progressive
Pubblicato nel 1977, Seconds Out dei Genesis è uno dei live più amati del progressive rock. Un disco che racconta la fine di un’epoca e la nascita di una nuova band, tra virtuosismo, nostalgia e rinascita.
Il live che chiude un’epoca e ne apre un’altra
Ci sono dischi che non si limitano a raccontare una fase artistica, ma ne immortalano la transizione. Seconds Out, pubblicato il 14 ottobre 1977, è uno di quei momenti sospesi nel tempo: l’ultimo riflesso di un’epoca gloriosa, quando i Genesis erano ancora un gruppo di alchimisti sonori e non ancora la macchina pop raffinata che avrebbe dominato gli anni Ottanta.
È un doppio album dal vivo registrato principalmente al Palais des Sports di Parigi, nel giugno del 1977, durante il tour di Wind & Wuthering. La band è nella sua seconda vita: Peter Gabriel se n’è andato da due anni, Phil Collins è al microfono da poco più di uno e il suo ruolo da frontman sta finalmente prendendo forma. Non è più “il batterista che canta”, ma un interprete a pieno titolo, capace di coniugare teatralità e precisione.
L’ultimo canto di Steve Hackett
Dietro le quinte, però, qualcosa si incrina. Mentre il gruppo seleziona le migliori registrazioni per l’album, Steve Hackett annuncia la sua intenzione di lasciare i Genesis. Si sente limitato creativamente, e il suo futuro solista è già in fermento (il suo Voyage of the Acolyte del 1975 ne era stato il preludio).
Seconds Out, dunque, è anche il suo testamento artistico: un disco dove la chitarra di Hackett canta con una malinconia mai più ritrovata nella band. Ascoltare il suo assolo in Firth of Fifth, uno dei momenti più sublimi dell’intero live, è come assistere a un addio in diretta: note scolpite nell’aria, distese con la calma di chi sa che quel linguaggio gli sta scivolando tra le dita.
Una fotografia dal vivo... con qualche ritocco in camera oscura
A differenza del primo live ufficiale (Genesis Live, 1973), crudo e diretto, Seconds Out è un lavoro raffinato, quasi cinematografico. Il suono è limpido, le dinamiche calibrate, le transizioni pulite. Forse anche troppo: si sa che molte parti vocali furono sovraincise in studio, pratica comune all’epoca, ma sufficiente ad accendere dibattiti tra i puristi.
È un documento dal vivo o un album in diretta assistita? Poco importa. Quello che resta è l’atmosfera: la Parigi del ’77 vibra sotto i tappeti del Mellotron, il basso a dodici corde di Mike Rutherford danza con le linee epiche di Tony Banks, e la doppia batteria Collins/Thompson infonde al tutto un’energia quasi tribale. Va inoltre ricordato il ruolo di Bill Bruford, che aveva affiancato la band durante parte del tour del 1976: la versione registrata de The Cinema Show proviene proprio da quelle date e vede Bruford alla batteria insieme a Phil Collins.
Un viaggio tra due mondi
La scaletta è costruita come un ponte tra passato e presente. Il pubblico viene catturato fin dall’inizio da un’esplosione sonora: Squonk spalanca la scena con un attacco deciso e immediato, facendo vibrare l’aria di elettricità e predisponendo chi ascolta a un viaggio intensamente musicale. Senza sosta, la tensione si trasforma in introspezione, e The Carpet Crawlers spalanca un varco mistico: qui Collins modula la voce con delicatezza, rendendo i versi un invito all’adesione collettiva, come se il palco e la platea si fondessero in uno stato sospeso.
Da lì, Robbery, Assault & Battery insinua il racconto drammatico: le strofe si intrecciano come scene teatrali, la dinamica sale e scende, le chitarre cominciano a dialogare con l’armonia della tastiera e la ritmica scandisce gesti musicali con precisione. E prima che l’onda emotiva si infranga troppo presto, Afterglow emerge come un’oasi di quiete: note sospese, melodie che indugiano, spazio e respiro; è un momento in cui la malinconia si fa leggerezza, e l’ascoltatore è invitato a fermarsi e a respirare l’eco delle emozioni accumulate.
All’improvviso, la luce si apre: Firth of Fifth prende corpo come un affresco strumentale che cresce dall’eleganza introspettiva all’impero melodico. L’assolo di chitarra si eleva come lamento e canto insieme, mentre il resto della band accompagna con la tensione giusta, modulata, permeata di un’eleganza compositiva che illumina ogni nota.
Quando I Know What I Like (In Your Wardrobe) irrompe, è come un contrasto ben studiato: si danza sull’orlo del groove, si sorride alla potenza ritmica, si ascolta un’interazione giocosa tra musicisti e pubblico, e il palco diventa luogo vividamente condiviso. Ecco che all’improvviso il passato riaffiora: The Lamb Lies Down on Broadway, con le sue atmosfere narrative, richiama le origini teatrali e il periodo Gabriel, ripensato però con piglio più asciutto da Collins. Nel fluire delle transizioni, The Musical Box (Closing Section) emerge come catarsi finale del lato, uno scoppio drammatico che chiude il cerchio iniziale con certo vigore.
Il proseguire oltre prende il respiro epico: Supper’s Ready diventa un viaggio sinfonico continuo, una suite in movimento che attraversa momenti di levità e tensione, visioni e conflitti, con cambi di tempo e atmosfere che si succedono come capitoli di un racconto cosmico. In quelle ventiquattro minuti non ci sono pause, solo trasformazioni: l’energia sale, si placa, si stratifica, la narrazione musicale si snoda come un romanzo di suono.
Quando la suite lascia spazio a The Cinema Show, l’intimità torna protagonista: la magia ritmica e melodica si mescola al virtuosismo discreto. Si percepisce il dialogo tra drum-set e percussioni, un tessuto che accoglie il contributo di Bruford insieme a Collins, delicato e puntuale. In quell’istante l’ascolto si fa attento, concentrato sulle sfumature: gli intrecci armonici, i cambi di tempo, i frammenti di assolo, tutto sembra adagiato su un filo invisibile che tiene insieme precisione e sogno.
Ed ecco che finalmente esplode Dance on a Volcano con tutta la sua tensione propulsiva: un passo deciso verso il gran finale, ritmo che incalza, energia che risale. Infine Los Endos chiude il cerchio in una marcia trionfale: è l’epilogo che raccoglie motivi, spinge la doppia batteria e riaccende il palco con un’ultima scarica condivisa di potenza e bellezza. È in quel momento che il disco - e il pubblico - respirano insieme al ritmo finale, come se la parabola compiuta rivelasse che il passato non è cancellato ma trasformato, e che quel doppio live è ponte tra due mondi, memoria e rinascita.
Un testamento e una rinascita
Quando Seconds Out arriva nei negozi, nell’autunno del 1977, il progressive rock sta già perdendo terreno. Punk e new wave hanno conquistato le prime pagine, ma i Genesis non sembrano curarsene. Pubblicano un live sontuoso, monumentale, quasi anacronistico. E proprio per questo, oggi, suona come un addio lucente a un’epoca.
È l’ultimo disco in cui la magia degli anni Settanta, le suite, i Mellotron, i tempi dispari, convive ancora con la nuova sensibilità melodica che porterà a ...And Then There Were Three... e poi a Duke.
Ascoltarlo oggi
Riascoltato oggi, Seconds Out non è solo un live: è un film in bianco e nero che si colora lentamente. È il suono di una band che cambia pelle ma non dimentica il proprio sangue. Una lezione di equilibrio e nostalgia, un ultimo raggio di luce prima che il progressive, quello dei grandi teatri e delle favole mitologiche, tramonti per sempre.
“Se questo è il tramonto del progressive, almeno è un tramonto spettacolare.”
Voto: ★★★★★ / 5
Un live maestoso, emotivo e impeccabile.
L’atto finale del vecchio Genesis, e insieme il primo respiro del nuovo.
Tag consigliati: Genesis, Seconds Out, progressive rock, Phil Collins, Steve Hackett, Tony Banks, Mike Rutherford, Chester Thompson, live album, rock anni '70, recensioni dischi, classic rock.
Articolo a cura di Progman59
Pubblicato su ncprog-progress.blogspot.com


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