Il Viaggio di Rael
Recensione approfondita di “The Lamb Lies Down on Broadway”
🎬 Introduzione
Cinquant’anni dopo la sua pubblicazione, The Lamb Lies Down on Broadway dei Genesis rimane un’opera monumentale e ambigua: non un semplice concept album, ma un rito in musica, un viaggio interiore e metropolitano che sfugge alle definizioni. È l’apice e al tempo stesso la fine di un’epoca: il culmine della fase più visionaria del gruppo e l’ultimo atto della parabola di Peter Gabriel come voce e mente simbolica dei Genesis.
La genesi dell’album, mai termine fu più appropriato, affonda nelle tensioni creative e personali che attraversavano la band nel 1974. Dopo Selling England by the Pound, accolto come il capolavoro della maturità sinfonica, i Genesis si trovarono divisi tra il desiderio di spingersi oltre e l’esigenza di dare forma a un suono più asciutto, più diretto. Gabriel, affascinato dal teatro d’avanguardia, dalla letteratura surrealista e dall’immaginario urbano americano, propose un racconto suo, totalmente scritto da lui: la storia di Rael, un giovane portoricano di New York che, nel ventre della metropoli, affronta un viaggio di discesa e rinascita spirituale. Gli altri membri, Banks, Rutherford, Hackett e Collins, accettarono con riluttanza di lasciare a Gabriel il controllo del concept, concentrandosi invece sulla musica, composta collettivamente durante un ritiro in campagna nel Galles.
Il clima non fu dei più sereni. Gabriel, nel pieno di una crisi personale dovuta anche alla malattia della figlia e a un’offerta di collaborazione con il regista William Friedkin (L'esorcista), si trovò isolato dal resto del gruppo. Le incomprensioni si moltiplicarono, e ciò che nacque fu un’opera febbrile, intrisa di simbolismi, in cui mito e realtà si confondono: un doppio album che fonde rock, teatro, psicanalisi e mitologia personale. Le registrazioni, completate tra l’estate e l’autunno del 1974, lasciarono tutti esausti, ma diedero vita a qualcosa di irripetibile: un mosaico di visioni e sonorità in cui ogni frammento sembra pulsare di un’urgenza profonda.
Con questo articolo voglio offrire un’esposizione integrata e organica di tutti i brani — non più schede isolate, ma sezioni di un’unica narrazione critica che accompagna l’ascolto dall’inizio alla fine, restituendo il senso unitario di un viaggio che ancora oggi rimane, per chi vi si immerge, un’esperienza emotiva e intellettuale di rara intensità.
I. Luce, caduta e iniziazione
La title track, The Lamb Lies Down on Broadway, apre il disco come una porta spalancata su un mondo febbrile. Il piano di Tony Banks colpisce con la precisione di un riflettore che si accende nella notte; il basso di Rutherford pulsa come un cuore urbano, e la batteria di Collins — nervosa, scattante — impone un ritmo di sopravvivenza. Gabriel entra con voce teatrale e tagliente, dipingendo la città come un labirinto tra realtà e visione. L’eco di On Broadway dei Drifters non è semplice citazione, ma un cortocircuito di mondi: il musical americano incontra la mitologia moderna, la strada diventa tempio e la metropoli un altare di metamorfosi. Il “lamb”, agnello sacrificale e simbolo di rinascita, è l’archetipo che regge l’intero viaggio di Rael.
Segue Fly on a Windshield, dove la tensione implode in un colpo di luce: chitarre e tastiere si intrecciano in un crescendo quasi cinematografico, mentre la voce si fa più solenne, come se una visione cosmica irrompesse nella mente del protagonista. È il momento dell’impatto, l’ingresso definitivo nel sogno. Broadway Melody of 1974 si apre invece come un cabaret malinconico, dove Gabriel recita il catalogo dei miti americani — Elvis, Lenny Bruce, Supermen decaduti — con tono ironico e desolato. L’effetto è ipnotico: un collage sonoro di illusioni infrante, un teatro di ombre moderne.
Cuckoo Cocoon ci riporta improvvisamente al silenzio. La voce diventa intima, quasi infantile; la chitarra acustica disegna una culla sonora, un bozzolo. È la sospensione dopo lo shock, la sensazione di essere protetti e imprigionati allo stesso tempo.
Poi arriva In the Cage, fulcro emotivo del primo lato. L’introduzione tesa, le tastiere pulsanti e il ritmo implacabile costruiscono una spirale di claustrofobia e liberazione. Ogni pausa è un respiro trattenuto, ogni ripresa un grido di lotta. Gabriel canta come se volesse strappare la pelle della sua stessa prigione, e quando la musica esplode nel finale, l’ascoltatore sente fisicamente la tensione spezzarsi. È uno dei momenti più potenti di tutto il rock progressivo, in cui l’intensità emotiva supera la virtuosità.
The Grand Parade of Lifeless Packaging arriva come un ghigno grottesco dopo tanta furia. Collins scandisce una marcia da manichini, Banks e Rutherford costruiscono un carnevale di plastica, e Gabriel recita come un attore disincantato in un mondo disanimato. È satira, ma anche tragedia: la condanna di un’umanità ridotta a involucri vuoti.
Il lato A si chiude con un senso di estraneità crescente: Rael è già altrove, e noi con lui.
II. Scontro, pelle, spirito
Back in N.Y.C. riporta brutalmente la realtà — ma una realtà deformata, più aggressiva e feroce. Le chitarre graffiano, la batteria è una frustata, e Gabriel sputacchia versi come colpi di rabbia adolescenziale. È il ritorno alla violenza primordiale, all’io che non si arrende. In mezzo, Hairless Heart spalanca una fenditura di vulnerabilità: un tema strumentale dolcissimo, appena sussurrato, che sembra provenire da un luogo remoto del cuore. È la pelle che si scopre dopo l’urto, la tenerezza che resiste sotto la corazza.
Counting Out Time alleggerisce il passo: ritmo scanzonato, ironia disarmante, melodia quasi pop. Ma sotto la superficie leggera c’è la goffaggine del desiderio umano, la tenera ansia dell’iniziazione sentimentale. È uno dei rari momenti in cui i Genesis sorridono davvero, senza smettere di pensare.
Poi tutto cambia. The Carpet Crawlers è pura epifania. La melodia, sospesa tra sogno e preghiera, avvolge l’ascoltatore in un cerchio di emozione crescente. La voce di Gabriel è mistica, e il coro — con Banks e Collins che rispondono sommessamente — diventa liturgia. “You’ve got to get in to get out”: la formula alchemica del disco, la chiave per attraversare il buio. Pochi brani nella storia del rock hanno raggiunto una tale intensità spirituale con mezzi così semplici.
Il lato si chiude con The Chamber of 32 Doors, labirinto di melodie e domande. La voce cerca una via d’uscita, le tastiere aprono e chiudono porte sonore. È il brano più umano del disco: paura, confusione, desiderio di scelta. Gabriel sembra parlare non solo per Rael, ma per ogni individuo che si interroga sul senso della propria esistenza.
III. Discesa, prova, metamorfosi
Il secondo LP si apre con Lilywhite Lilith, brano breve ma incandescente. L’energia è quella di una visione improvvisa: un’apparizione femminile ambigua, forse guida, forse inganno. Le chitarre e le tastiere dialogano in un turbine di luce e buio, mentre la voce di Gabriel taglia come un lampo.
The Waiting Room è il punto più audace dell’opera: un esperimento sonoro puro. I Genesis improvvisano un paesaggio di rumori, sospiri e pulsazioni in crescendo, fino a un’esplosione catartica. È come assistere alla nascita della forma dal caos, un rito sonoro che porta l’ascoltatore sull’orlo della paura.
Dopo tanta tensione, Anyway arriva come un respiro di malinconia. Gabriel canta la morte e la consapevolezza del destino con dolcezza quasi classica; le tastiere disegnano un tema fragile, come luce che filtra da una finestra chiusa. Here Comes the Supernatural Anaesthetist è invece un delizioso intermezzo strumentale, sospeso tra humour e sogno, preludio al dramma che verrà.
The Lamia rappresenta forse il vertice emotivo dell’intero album. È un incontro sensuale e tragico: le tastiere di Banks fluttuano come acqua, la chitarra di Hackett accarezza e trafigge, e la voce di Gabriel racconta l’amore che divora e si dissolve. L’ascoltatore resta intrappolato in questo miraggio sonoro, dove l’erotismo e la perdita coincidono. Pochi minuti di struggente bellezza.
Dopo tanta intensità, Silent Sorrow in Empty Boats appare come un requiem sommesso. Pochi accordi, un ritmo lento, un silenzio che pesa più di mille note: il senso di un’assenza, il vuoto che precede la rinascita.
The Colony of Slippermen rompe di nuovo gli equilibri: una farsa grottesca, teatrale, quasi orrorifica. Gabriel si moltiplica in voci e personaggi, la musica cambia forma a ogni battito. È il mondo come pantomima: deformazione, metamorfosi, ironia e tragedia mescolate. Qui i Genesis raggiungono l’apice della loro teatralità, tra virtuosismo e follia.
Ravine fa da cuscino sonoro, una pausa in penombra, preludio all’ultima rivelazione.
The Light Dies Down on Broadway riprende il tema iniziale, ma lo trasfigura: la luce di New York è ora una fiamma che si spegne. La voce di Gabriel è più tenera, quasi commossa, e l’ascoltatore percepisce la malinconia del ritorno, la consapevolezza che nulla sarà più come prima.
Con Riding the Scree la musica precipita: Collins guida una corsa vertiginosa, Banks costruisce scale sonore che sembrano franare su se stesse. È la fuga verso la fine, l’ultimo sforzo di Rael per salvarsi — o forse per accettare il proprio destino.
In the Rapids è struggente. Il flusso si fa liquido, la voce dolente, e la musica scorre come un fiume che porta via ogni certezza. C’è dolore e dolcezza insieme, come in un addio consapevole.
Infine, it.
Il finale non spiega, dissolve. Tutto si ricompone in un turbine di energia, come se la musica stessa divenisse la sostanza del “tutto”. Gabriel lascia aperta la domanda: chi è it? Rael? L’ascoltatore? La vita stessa? Non serve rispondere: ciò che resta è la sensazione di aver attraversato qualcosa di profondo, misterioso, inimitabile.
Conclusione
In questo racconto musicale, ogni traccia ha funzione drammatica e simbolica. Le melodie emergono, si confondono, si ritirano. Le pause e i silenzi contano quanto le esplosioni. Gabriel scrive un «poema sonoro urbano» — e la band risponde con paesaggi, improvvisi, spettri ritmici, teatro sonoro. The Lamb è un’opera che non spiega, ma invita a interpretare. È un viaggio che lascia una domanda aperta: cosa significa “it”?

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