sabato 25 ottobre 2025

Marillion – Misplaced Childhood

 



Il sogno infranto dell’infanzia perduta**

Certe volte la musica riesce a raccontare la vita meglio delle parole. Nel giugno del 1985, un album seppe farlo come pochi altri: Misplaced Childhood dei Marillion. Non era soltanto un disco, ma un viaggio. Un racconto in musica, intimo e universale, capace di intrecciare sogno e dolore, memoria e desiderio. Un concept album che parlava del tempo che passa, dell’amore che si perde, e di quella parte di noi che non smette mai di cercare la purezza dell’infanzia.

Dietro quelle note, però, si nasconde una storia complessa, tormentata, romantica e profondamente umana.



Un lampo nella mente di Fish

L’idea di Misplaced Childhood nasce in una notte inquieta, in una stanza di Berlino. Fish – il cantante e paroliere dei Marillion, al secolo Derek Dick – aveva attraversato un periodo difficile: la fine di una lunga relazione sentimentale, la pressione del successo, la sensazione di aver perso sé stesso tra la maschera dell’artista e l’uomo che restava nell’ombra.

Durante un’esperienza lisergica, raccontò anni dopo, ebbe una sorta di visione: una figura infantile, un bambino, che lo osservava dalla scala di casa. Quel bambino – disse – rappresentava la sua infanzia, i suoi sogni dimenticati, l’innocenza che si era lasciato alle spalle.

Fu un’illuminazione. Da quella notte nacque l’idea di costruire un concept album dedicato a ciò che si smarrisce crescendo: l’amore, l’ingenuità, la poesia della giovinezza. L’infanzia “mal collocata” del titolo, misplaced, era la metafora di un’anima che ha perso la strada.


Barwell Court, Bray Studios e poi Berlino

I Marillion, dopo il successo crescente di Script for a Jester’s Tear e Fugazi, decisero di ritirarsi a Barwell Court, un’antica villa vittoriana nel Surrey, per dare forma alle prime idee.
Lì cominciarono a tessere la trama sonora e testuale del nuovo progetto, in un clima intenso e quasi febbrile.

Poi, tra febbraio e marzo del 1985, registrarono le prime demo ai Bray Film Studios, un luogo che odorava ancora di cinema e leggende inglesi. Ma fu a Berlino Ovest, negli Hansa Tonstudio, che Misplaced Childhood prese davvero vita.

Lo studio, posto a pochi metri dal Muro, era impregnato di quella strana elettricità berlinese che già aveva suggestionato David Bowie e Iggy Pop negli anni precedenti. Lì, nel grande salone chiamato “Meistersaal”, un tempo sede di ricevimenti nazisti, i Marillion trovarono l’ambiente ideale: freddo, crepuscolare, eppure magico.

“Lavoravamo di notte,” ricordò Fish. “Andavamo al bar al piano interrato, poi salivamo a registrare. Berlino era perfetta: una città sospesa tra due mondi, come lo ero io in quel momento.”

Alla produzione c’era Chris Kimsey, reduce da anni di collaborazione con i Rolling Stones. Fu lui a dare coesione al suono: levigato ma non sterile, accessibile ma non commerciale. Kimsey capì che il vero cuore del disco era l’emozione.

L’atmosfera in studio era intensa: la band, pur affiatata, viveva un equilibrio fragile. C’erano tensioni, momenti di malinconia, ma anche un senso di “opera grande”, di compimento. Tutti percepivano che stavano costruendo qualcosa di destinato a restare.


Un’unica narrazione, due lati, dieci stazioni

Misplaced Childhood uscì il 17 giugno 1985. La band avrebbe voluto pubblicarlo con una sola traccia per lato – un flusso continuo, senza pause – ma la casa discografica impose la divisione in brani.
Nonostante ciò, l’album conserva la sua natura di poema ininterrotto.

Ecco il viaggio, tappa per tappa.


1. Pseudo Silk Kimono

Un inizio ovattato, ipnotico. Le tastiere sospese di Mark Kelly e la chitarra liquida di Steve Rothery disegnano un sogno. Fish sussurra parole che sembrano provenire da un altrove.
Il titolo – “kimono di seta finto” – evoca la maschera, la fragilità, il bisogno di nascondere il dolore sotto un’eleganza apparente. È il risveglio da un sogno interrotto: l’adulto che apre la porta e trova l’infanzia che lo guarda.


2. Kayleigh

Il brano che rese i Marillion celebri in tutto il mondo. Ma ridurlo a un singolo pop sarebbe ingiusto. “Kayleigh” è un’invocazione, un ricordo, una ferita.
Fish scrive per una donna amata e perduta – la sua ex fidanzata Kay Lee – intrecciando nomi reali e poesia. “Kayleigh, è troppo tardi per dire mi dispiace?”
Dietro la dolcezza melodica, si nasconde il rimorso. È il primo dolore dell’età adulta, quello che ti fa capire che niente resta intatto.


3. Lavender

Un ritorno alla purezza. Piano, voce, una linea melodica semplice e luminosa. “Camminavo nel parco sognando una scintilla…”
È la nostalgia dell’infanzia che affiora come un profumo. Fish recupera un frammento di filastrocca scozzese e lo trasforma in un piccolo incantesimo.
Lavender è il colore del sogno, del ricordo che consola. Una pausa dolce prima che l’anima precipiti altrove.


4. Bitter Suite

Qui il racconto si frammenta in quadri successivi: “Brief Encounter”, “Lost Weekend”, “Blue Angel”, “Misplaced Rendezvous”, “Windswept Thumb”.
È la sezione più teatrale, drammatica, di tutto il disco. Fish narra incontri fugaci, amori sbagliati, la perdita del sé. La musica si fa liquida, cangiante, come un film interiore.
Il titolo gioca sul doppio senso: “suite” come composizione musicale, ma anche “sweet” (dolce) reso amaro – “bitter”.
Qui l’uomo adulto è ormai smarrito. La dolcezza si è fatta veleno.


5. Heart of Lothian

Un inno identitario. Fish, scozzese, rievoca le proprie radici. “Heart of Lothian” è una dichiarazione d’appartenenza e di rinascita.
Dopo la confusione e il dolore, ecco un momento di luce: il protagonista ritrova la voce, si riappropria delle proprie origini.
La musica, grandiosa e corale, sembra spalancare un orizzonte: l’alba dopo la notte.


6. Waterhole (Expresso Bongo)

Un intermezzo nervoso, ritmico, quasi urbano. Fish dipinge la frenesia del mondo dello spettacolo: bar, incontri, traffici, rumori.
È la realtà che bussa, la fine del sogno romantico. La “vita vera” con i suoi compromessi e le sue menzogne.


7. Lords of the Backstage

Il tono si fa ironico, disilluso. “I signori del backstage” sono i burattinai del mondo, coloro che manovrano le luci e le ombre.
Fish parla anche di sé e della band: delle pressioni, delle pose, delle finzioni. L’artista diventa marionetta del proprio successo.
La musica, incalzante e tagliente, fotografa quel momento di crisi.


8. Blind Curve

La curva cieca. Il momento decisivo.
È il brano più lungo e articolato, diviso in cinque sezioni (“Vocal Under a Bloodlight”, “Passing Strangers”, “Mylo”, “Perimeter Walk”, “Threshold”).
Fish racconta il punto di rottura: la solitudine, il rimorso, il senso di vuoto. Ma anche la ricerca di una voce interiore che lo salvi.
Le tastiere si fanno drammatiche, la chitarra di Rothery è struggente. È il naufragio dell’eroe, ma anche la soglia della rinascita.


9. Childhoods End?

Il punto interrogativo è tutto. L’infanzia è davvero finita?
Il brano si apre in modo solare, liberatorio. Dopo tanta oscurità, la luce. Fish canta di speranza, di perdono, di possibilità.
L’uomo non può tornare bambino, ma può riconciliarsi con il proprio passato. È la catarsi del disco.


10. White Feather

La piuma bianca, simbolo di purezza ma anche di resa. È la chiusura dolce e leggera, come un soffio.
“Carry your white feather, walk with pride…” – porta la tua piuma bianca, cammina con orgoglio.
Non c’è vittoria, ma accettazione. Non c’è ritorno, ma consapevolezza.
Così si chiude il viaggio: l’infanzia è smarrita, ma il ricordo la tiene viva.


Il volto del sogno: la copertina

L’artwork, firmato da Mark Wilkinson, è diventato iconico.
In copertina, un bambino in uniforme da guardia britannica osserva l’osservatore. Lo sguardo è innocente e insieme inquieto.
Alle sue spalle, un arcobaleno attraversa il cielo, un pappagallo tropicale si posa sulla sedia, due gazze (simbolo di gioia e tristezza) si nascondono tra i tendaggi.

Il modello era Simon Brown, figlio del vicino di casa di Wilkinson. Il pittore volle rappresentare la soglia tra il sogno e la realtà: il momento in cui il bambino deve diventare uomo.
Nel retro di copertina, tra specchi e stanze, ritorna il giullare – simbolo ricorrente dei primi Marillion – che stavolta appare in secondo piano, come un’ombra del passato.

La copertina è un racconto nel racconto: il bambino in divisa è l’innocenza costretta alla disciplina, il sogno vestito di regola. Il colore, la luce e i simboli sono il prolungamento visivo della musica.


Un successo senza tempo

Quando uscì, Misplaced Childhood balzò subito al numero 1 delle classifiche britanniche, restando nella Top 10 per oltre quaranta settimane.
I singoli “Kayleigh” e “Lavender” conquistarono anche il pubblico americano, senza tradire l’anima progressive del gruppo.
Fu il punto più alto della prima fase dei Marillion, prima dell’inevitabile separazione da Fish, avvenuta due anni dopo.

Ma la forza del disco non è mai svanita. Ancora oggi, a quarant’anni di distanza, resta un’opera che emoziona, che cresce con l’ascoltatore.
È un album che parla della vita di chiunque abbia avuto un sogno e l’abbia perso, e poi, con fatica, l’abbia ritrovato dentro di sé.

Fish stesso, anni dopo, disse:

“Non si può tornare bambini, ma si può ricordare con amore chi eravamo.”


L’eredità di un’infanzia smarrita

Misplaced Childhood è un disco che trascende il tempo. Non è soltanto prog, non è soltanto pop. È poesia sonora, confessione e viaggio.
Ogni nota è un frammento di memoria. Ogni verso è un frammento di noi.

E forse, quando il bambino della copertina ci fissa, non sta guardando Fish, né i Marillion. Sta guardando noi.

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