Cinquant’anni di musica, arte e identità partenopea raccontati attraverso una delle esperienze più visionarie del rock italiano.
Dalle prime sperimentazioni nei vicoli di Napoli fino al docu-film Osannaples, il percorso degli Osanna è un viaggio tra teatro, suono e poesia, dove la maschera diventa simbolo di libertà e la musica rito collettivo.
Le origini
Ci sono storie che nascono da un sogno e diventano parte della memoria collective di un’intera generazione. Quella degli Osanna è una di queste: una storia di musica, di visione e di coraggio artistico.
Tutto comincia a Napoli, nei tardi anni Sessanta, quando un giovane Lino Vairetti – voce, mente e cuore del gruppo – muove i primi passi tra piccole formazioni come I Volti di Pietra e I Collegiali, alla ricerca di un suono nuovo, autentico, capace di fondere rock, teatro e spirito mediterraneo.
Nasce così Città Frontale, con musicisti come Gianni Leone (poi nel Balletto di Bronzo): giovani napoletani accomunati dal desiderio di fondere il rock con le inquietudini sociali e le sonorità della propria terra.
Città Frontale è già un manifesto: la città reale e “frontale”, cioè la parte del cervello che elabora emozioni e decisioni. Da questo cortocircuito tra pensiero e istinto nasce una musica cruda, teatrale, psichedelica e profondamente napoletana. Un laboratorio decisivo, da cui nel 1971 prende vita una nuova formazione destinata a lasciare un segno profondo: gli Osanna.
Gli anni d’oro
La formazione originaria
- Lino Vairetti – voce e chitarra acustica
- Danilo Rustici – chitarra e voce
- Elio D’Anna – flauto e sassofono
- Massimo Guarino – batteria e percussioni
- Lello Brandi – basso elettrico
Gli Osanna non vogliono soltanto suonare: vogliono mettere in scena un’esperienza totale, dove musica, corpo e immagine si fondono in un rito collettivo. Trucchi, maschere, velluti, piume, simboli: il palco diventa una tela.
Non imitano i Genesis o i Pink Floyd: portano sul palco un rock mediterraneo, teatrale, dove la melodia italiana incontra la potenza del progressive. Diventano presto il simbolo di una Napoli che vuole rinascere attraverso l’arte, la ribellione e la bellezza.
L’uomo (1971)
L’uomo, pubblicato nel 1971, segna il debutto prorompente degli Osanna e l’inizio di un viaggio musicale unico nel panorama del rock progressivo italiano. Un disco che mette al centro l’essere umano, la sua inquietudine, il bisogno di libertà e la tensione verso l’autenticità. Già da questo primo lavoro emerge la cifra della band: un rock mediterraneo, teatrale, sanguigno e visionario, capace di fondere forza istintiva e raffinatezza concettuale.
Il disco si apre con “Introduzione”, brano carico di tensione e mistero, che prepara l’ascoltatore all’impatto emotivo dell’opera. Subito dopo, “L’uomo”, con la sua voce teatrale e le chitarre graffianti, si impone come manifesto della poetica degli Osanna: un grido di consapevolezza, di ribellione e di ricerca.
Con “Mirror Train” il suono si fa più psichedelico e pulsante, mentre “Non sei vissuto mai” scava nell’interiorità, in un’atmosfera sospesa e riflessiva.
“Vado verso una meta” riporta energia e slancio, un rock diretto e viscerale che esprime la tensione verso il cambiamento, mentre “In un vecchio cieco” introduce un momento di intima poesia, una pausa carica di drammaticità e dolcezza.
Poi arriva “L’amore vincerà di nuovo”, lirica e intensa, dove la melodia italiana incontra la visione onirica del progressive.
Il tono torna aspro e teatrale in “Everybody’s Gonna See You Die”, un brano di forte impatto emotivo, quasi un’esplosione di consapevolezza e destino, fino alla chiusura energica e vitale di “Lady Power”, che suggella il disco con una forza travolgente e liberatoria.
Un debutto come rito e dichiarazione poetica
L’uomo non è soltanto un disco: è un manifesto artistico. Il rock, per gli Osanna, non è mero intrattenimento ma racconto, rito collettivo e poesia sonora. In queste tracce si avverte già la volontà di superare i confini tra musica, teatro e spiritualità, ponendo l’essere umano al centro di una narrazione vibrante e universale.
È da qui che inizia il loro cammino: un percorso fatto di coraggio, contaminazioni e sperimentazione, che porterà la band napoletana a diventare una delle voci più autentiche e visionarie del progressive mediterraneo.
Preludio, Tema, Variazione, Canzona - Milano Calibro 9 (1972)
Nel 1972 gli Osanna affrontano una sfida unica: trasformare le idee sinfoniche del celebre compositore Luis Enríquez Bacalov in un linguaggio rock viscerale e teatrale, dando vita alla colonna sonora del film noir Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo. Il risultato è Preludio, Tema, Variazioni e Canzona, un’opera sospesa tra due mondi: la scrittura orchestrale raffinata e la potenza primordiale del rock.
Il disco si opre con “Preludio tema variazioni e canzona”, suite che unisce l’impianto orchestrale di Bacalov alle sonorità elettriche e taglienti del gruppo, alternando momenti di lirismo e improvvise esplosioni di energia. Da subito è chiaro che non si tratta di una semplice colonna sonora: è un vero concept sonoro, dove la musica non accompagna le immagini, ma le espande e le interpreta.
“Variazioni su tema” e “Tema” traducono in musica il respiro del film — la tensione urbana, il dramma morale, la violenza trattenuta — attraverso un dialogo serrato tra archi e chitarre, fiati e batteria, in un intreccio dinamico e magnetico.
Poi arrivano gli Osanna nella loro dimensione più pura e teatrale con “There Will Be Time”, brano cantato in inglese, in cui la voce di Lino Vairetti si muove tra malinconia e speranza, evocando un’umanità ferita ma ancora viva.
La tensione prosegue con “Un dolce sapore di morte”, costruita su un crescendo inquietante e lirico insieme, fino a “Ballata”, dove il tono si fa più intimo e struggente.
La chiusura con “Finale (tema ripreso)” riporta l’ascoltatore al tema iniziale, ma come dopo un viaggio interiore: la melodia è la stessa, eppure sembra diversa, come se la musica avesse assorbito tutto il dolore e la bellezza di un mondo in bilico tra vita e distruzione.
Milano Calibro 9 rappresenta un punto di svolta nella carriera degli Osanna. Per la prima volta il progressive rock italiano si confronta con la musica da film in modo organico, creando un ponte tra la cultura alta e quella popolare, tra la tensione drammatica del cinema e la libertà espressiva del rock. È un album che segna la maturità della band: qui gli Osanna dimostrano di poter muoversi tra sinfonia e psichedelia, melodia e sperimentazione, senza mai perdere la loro identità mediterranea.
Con Milano Calibro 9 gli Osanna diventano qualcosa di più di un gruppo: diventano una forma d’arte totale, in cui ogni suono racconta, ogni nota recita, ogni silenzio respira.
Palepoli (1973)
Palepoli rappresenta uno dei vertici assoluti del rock progressivo italiano e della carriera degli Osanna. Pubblicato nel 1973, il disco è un’opera totale in cui musica, testi e suoni si fondono in un’esperienza teatrale e poetica. Il titolo richiama l’antico nome di Napoli, Paleopolis, e già da qui si intuisce l’intento della band: un viaggio dentro le radici, nella memoria e nella carne stessa della città.
Fin dalle prime note di “Oro caldo”, si percepisce un’energia diversa, quasi sacrale: il brano si apre con voci, rumori e ritmi tribali che evocano un rito arcaico, per poi esplodere in un rock potente e liberatorio.
Le chitarre di Danilo Rustici, il flauto di Elio D’Anna e la voce di Lino Vairetti costruiscono un linguaggio che non appartiene più solo al rock, ma a una forma di espressione totale, fatta di corpo, voce e spirito.
Segue “Stanza città”, in cui la tensione si face più concreta: la città diventa teatro di alienazione e ricerca, simbolo del conflitto tra libertà e oppressione, sogno e realtà.
Infine “Animale senza respiro”, la suite monumentale che occupa gran parte del secondo lato, rappresenta la summa poetica e sonora degli Osanna: un viaggio attraverso visioni, metamorfosi e improvvisi abissi emotivi, dove the rock si fonde con echi sinfonici, folk mediterraneo e sperimentazione psichedelica.
L’intero album è percorso da un senso di spiritualità pagana, una religione del suono e della vita che si nutre di contrasti: la gioia e il dolore, la città e la natura, l’istinto e la ragione. Ogni brano sembra nascere da una trance collettiva, un rito in cui la musica diventa invocazione e catarsi. Le parole di Vairetti, a tratti mistiche, a tratti visionarie, si intrecciano con strumenti che respirano come voci, in un continuo dialogo fra umano e divino.
Palepoli non è soltanto il vertice della carriera degli Osanna: è una dichiarazione d’identità mediterranea, un’opera che racchiude l’essenza di Napoli e del Sud, trasfigurandola in mito sonoro. È il momento in cui il gruppo riesce a unire il rigore del progressive europeo con la spontaneità e la teatralità napoletana, creando un equilibrio perfetto tra istinto e intelligenza, tra sacro e profano.
Ancora oggi, Palepoli resta uno dei dischi più intensi e complessi della storia del rock italiano: un’esperienza d’ascolto che non si consuma, ma che continua a rivelare significati nascosti, come una città antica che non smette mai di parlare attraverso le sue rovine e le sue luci.
Landscape of Life (1974)
Con Landscape of Life, pubblicato nel 1974, gli Osanna chiudono idealmente il primo ciclo della loro avventura. Dopo la vertigine teatrale e mitica di Palepoli, la band sceglie una rotta più interiore, più umana, come se avvertisse il bisogno di ritrovare un respiro più pacato dopo la tempesta creativa degli anni precedenti.
È un album di transizione e consapevolezza, in cui la complessità del linguaggio progressivo si fonde con una nuova limpidezza melodica, più vicina alla riflessione che all’esplosione.
L’apertura, Il castello dell’es, è un brano ampio e denso di contrasti, dove la psicologia freudiana diventa metafora di un viaggio nei meandri dell’inconscio. Le chitarre, ora liquide ora graffianti, dialogano con le tastiere e la voce di Lino Vairetti, che attraversa registri teatrali e confessioni intime.
Segue Landscape of Life, che dà titolo all’album: una ballata solare e malinconica allo stesso tempo, in cui la melodia si apre su paesaggi interiori sospesi tra memoria e desiderio.
Con Two Boys, gli Osanna riscoprono una leggerezza pop-rock elegante e diretta, mentre Fog in My Mind si fa più visionaria: un piccolo affresco psichedelico, avvolto da nebbie sonore e improvvise aperture liriche.
In Promised Land la tensione si scioglie in un momento di quiete quasi spirituale, un breve intermezzo che prepara l’ingresso di Fiume, dove le sonorità tornano a farsi corpose e dinamiche, come un flusso vitale che scorre irrefrenabile tra voce, ritmo e melodia.
Chiude Somehow, Somewhere, Sometime, una canzone di grande intensità emotiva, quasi un commiato dolceamaro: lo sguardo rivolto al futuro, ma con la nostalgia di ciò che si lascia alle spalle.
Landscape of Life è il disco in cui gli Osanna si mostrano senza maschere. La teatralità non scompare, ma si trasforma in introspezione; la ribellione lascia spazio alla consapevolezza. Registrato a Londra, l’album porta con sé un respiro internazionale, ma conserva intatta la sua anima mediterranea: quella commistione di luce, malinconia e vitalità che rende unico il linguaggio del gruppo.
Se Palepoli era il grido della terra, Landscape of Life è il canto dell’anima. È la fotografia di un momento di passaggio, fragile, sincero, luminoso, in cui gli Osanna scelgono la misura del sentimento al posto dell’eccesso, aprendo una nuova stagione del loro viaggio artistico.
Suddance (1978)
Con Suddance, pubblicato nel 1978, gli Osanna riemergono dopo anni di silenzio e trasformazioni. È un ritorno maturo, segnato dal desiderio di riconciliare la propria anima mediterranea con le tensioni del mondo moderno. Il titolo — unione di Sud e dance — è già una dichiarazione d’intenti: la danza del Sud come riscatto, come energia vitale, come modo di resistere alla disillusione del tempo.
L’album si apre con Ce Vulesse, brano che vibra di calore e sensualità, sospeso tra ritmo funk, inflessioni partenopee e un irresistibile spirito corale. Qui il dialetto napoletano diventa lingua del cuore, immediata e sincera, capace di fondere popolare e colto in un abbraccio sonoro.
Segue ’A Zingara, lunga e sinuosa, dove la melodia mediterranea si mescola a un groove raffinato: è una ballata che profuma di strada, d’amore e di libertà, sorretta da una chitarra calda e da una voce teatrale che racconta il Sud con orgoglio e malinconia.
In ’O Napulitano esplode il manifesto del disco, un vero e proprio inno identitario. Lino Vairetti canta la fierezza e la contraddizione di essere napoletano, tra ironia e dolore, tra il peso del pregiudizio e la forza dell’appartenenza. È un brano monumentale, in cui rock, tradizione e teatralità si fondono in un equilibrio perfetto.
Con Suddance, la title track, il ritmo si fa più leggero e trascinante: una danza solare, quasi liberatoria, che unisce fiati, chitarre e tastiere in un turbine di energia. È la celebrazione del corpo, della musica, della vita stessa.
Il tono si fa poi più intimo in Chiuso Qui, una riflessione dolceamara sulla solitudine e sul senso del tempo: un brano che alterna malinconia e speranza, mostrando il lato più poetico della band.
Il breve Saraceno, quasi un interludio strumentale, riporta per un momento ai richiami orientali e alle suggestioni arcaiche del Mediterraneo, preparando il finale di Naples in the World, in cui la musica napoletana si apre definitivamente al mondo, con un respiro internazionale e una fiducia rinnovata nel futuro.
Con Suddance gli Osanna dimostrano che la modernità non è mai rottura, ma dialogo con le proprie radici. È un disco solare e maturo, dove il rock si fonde con la canzone d’autore, il dialetto incontra l’inglese, e la memoria diventa forza creativa. Dopo le visioni simboliche di Palepoli e l’introspezione di Landscape of Life, Suddance segna il ritorno alla terra, al corpo e al ritmo: un inno alla vita che nasce dal Sud, ma parla a tutto il mondo.
Il ritorno: 2000–2016
Dopo un lungo silenzio discografico, con Taka Boom, pubblicato nel 2000, gli Osanna riaccendono il proprio fuoco creativo. Non è un semplice “best of”, ma una rinascita sonora: una raccolta che ripercorre trent’anni di storia rielaborando i brani più amati con nuovi arrangiamenti, nuova energia, e la stessa voglia di stupire.
Il titolo stesso, Taka Boom, suona come un’esplosione, un colpo di vita: il ritorno di una band che rifiuta la nostalgia e sceglie la vitalità del presente per raccontare il proprio passato.
L’album si apre con L’Uomo, il manifesto originario del gruppo, ora più diretto e incisivo, come un biglietto da visita che collega il 1971 al nuovo millennio. Segue Ce Vulesse Ce Vulesse, divisa in due sezioni, Ce Vulesse e Canta Chiù Forte, che fondono il dialetto napoletano con ritmiche moderne e un respiro quasi funk: un esempio perfetto di come gli Osanna sappiano tenere insieme la tradizione e la contemporaneità.
Il Medley Acustico unisce Oro Caldo, My Mind Flies e L’Amore vincerà di nuovo, in un momento di intimità e dolcezza, dove la tensione teatrale lascia il posto alla malinconia e alla poesia.
La title track, Taka Boom, è una scarica di adrenalina, un inno al rinnovamento, mentre In un vecchio cieco / Vado verso una meta riporta il dialogo tra introspezione e ricerca, tra la fragilità dell’uomo e la sua spinta verso la libertà.
Con There Will Be Time il respiro si fa internazionale, quasi un ponte tra Napoli e il mondo, prima che Medley Train riporti sul binario del rock puro, intrecciando Mirror Train e Treno senza stazione in un vortice di energia e memoria.
’A Zingara e Oro Caldo (Fuje ’a chistu paese) restituiscono la dimensione più passionale e popolare del gruppo, mentre Everybody’s Gonna See You Die torna a mostrare il lato ruvido e psichedelico degli esordi.
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