martedì 14 ottobre 2025

La Locanda delle Fate – Forse le lucciole non si amano più

 


Un viaggio tra memoria, poesia e malinconia


Ci sono dischi che non si limitano a essere ascoltati: si vivono. Dischi che entrano nel cuore e non ne escono più, perché parlano di noi, dei nostri sogni, delle nostre nostalgie, dei luoghi interiori che non sappiamo più visitare. Forse le lucciole non si amano più della Locanda delle Fate è uno di questi. Un capolavoro del rock progressivo italiano che, a quasi cinquant’anni dalla sua uscita, continua a brillare come le sue lucciole nel buio: più deboli, forse, ma ancora vive.

✨ La storia e l’anima del disco

La Locanda delle Fate nasce ad Asti, a metà degli anni Settanta, in una provincia piemontese fatta di colline e silenzi. Sette ragazzi pieni di talento e poesia, Leonardo Sasso, Ezio Vevey, Luciano Boero, Giorgio Gardino, Alberto Gaviglio, Michele Conta e Oscar Mazzoglio, si incontrano per creare una musica che non somigli a nulla di commerciale, ma che parli di emozioni pure.

Il loro prog non è aggressivo né esibizionista: è lirico, colto, intriso di malinconia e luce. Il titolo dell’album, Forse le lucciole non si amano più, sembra già un epitaffio gentile per un mondo che sta svanendo, quello dell’innocenza, della meraviglia, dei sogni di gioventù.

È il 1977, e il progressive vive la sua ultima stagione. Ma la Locanda non si arrende al cambiamento: incide il suo unico album in studio come una lettera d’addio al sogno, un atto d’amore verso la bellezza e la memoria.


🎧 Ascolto e analisi brano per brano

🕯️ A volte un istante di quiete 

Un’introduzione delicatissima: arpeggi di chitarra e pianoforte si fondono in un quadro sonoro impressionista. La voce di Sasso è limpida, piena di grazia e consapevolezza. Il testo parla del bisogno di silenzio, di quel momento in cui tutto si ferma e resta solo la vita, nuda e vera. È una porta che si apre su un mondo di sospensioni e chiaroscuri.

Ricordo ancora la prima volta che l’ascoltai: smisi di fare qualunque cosa. Mi fermai e respirai. Era davvero “un istante di quiete” in mezzo al rumore della vita.

🌌 Forse le lucciole non si amano più 

Il brano simbolo. Qui la Locanda costruisce un poema sonoro: cambi di tempo, intrecci di tastiere, flauti, chitarre, ma tutto al servizio della poesia. Il testo racconta la fine di un’epoca, l’addio ai sogni, la consapevolezza che anche la luce, come quella delle lucciole, può spegnersi. Eppure non c’è disperazione, solo dolcezza.

Ogni volta che lo ascolto, sento un brivido: mi sembra di tornare bambino, a guardare la sera scendere sui campi e a chiedermi dove vadano a dormire le lucciole quando non brillano più.

🧒 Profumo di colla bianca

Il cuore dell’album, e forse uno dei brani più belli mai scritti nel progressive italiano. Una canzone che sa di infanzia, di banchi di scuola, di tempo perduto ma mai dimenticato. C’è dentro la tenerezza dell’età ingenua e la malinconia di chi la osserva da lontano. Le melodie sono di una grazia disarmante: dolci, malinconiche, struggenti.

Ogni volta che la ascolto, sento l’odore dei quaderni nuovi, il rumore delle risate in cortile, il sole che entra dalle finestre di un’aula ormai vuota. È un brano che, più che essere sentito, si vive. E quando la musica si spegne, resta il profumo, quello, sì, della colla bianca e dell’anima.

🌄 Cercando un nuovo confine 

Dopo il ricordo, la ricerca. Qui la Locanda canta la necessità di muoversi oltre, di cercare un senso nuovo alle cose. Il suono è più dinamico, con un ritmo che suggerisce il viaggio, il cammino, la rinascita. Mi piace pensare che sia il brano del “dopo”, quello in cui si prova a guardare avanti anche quando il cuore resta indietro.

🍂 Sogno di Estunno 

Una delle gemme più delicate del disco. Il titolo è già poesia: Estunno, fusione di estate e autunno, il tempo in cui la luce comincia a velarsi ma resta calda. È un brano strumentale che parla senza parole: flauto, vibrafono, pianoforte e chitarra si inseguono come ricordi che non vogliono svanire. Ascoltarlo è come chiudere gli occhi in un pomeriggio di settembre, quando tutto è ancora vivo ma già malinconico.

🌠 Non chiudere a chiave le stelle 

Breve, ma incantevole. Una canzone-preghiera: non smettere di sognare, non nascondere la luce, non rinunciare alla speranza. Ogni volta che la ascolto penso a quante “stelle” abbiamo chiuso dentro di noi per paura di soffrire. La Locanda ci invita ad aprirle, a lasciarle brillare. Anche se fa male.

💰 Vendesi saggezza 

L’epilogo perfetto. Un brano ironico e amaro, dove la band osserva un mondo che ha perso la sua autenticità. Il titolo è un pugno nello stomaco: Vendesi saggezza, come se anche i valori più alti fossero diventati merce. Ma la musica è una rivincita: complessa, teatrale, piena di luce e di forza. È la consapevolezza adulta che chiude il cerchio, ma con dignità e poesia.


💫 Un disco come una carezza al tempo

Forse le lucciole non si amano più non è solo un album, è un frammento di memoria collettiva. Rappresenta l’ultimo baluardo di un’epoca in cui la musica sapeva ancora essere poesia, lentezza, introspezione.

Ogni brano è un viaggio dentro il tempo: prima il ricordo, poi la perdita, infine la ricerca. La Locanda delle Fate ha scritto un disco che parla dell’età dell’uomo più che della giovinezza: la fase in cui capisci che tutto passa, ma che ogni cosa vissuta resta dentro come luce silenziosa.

Per me, ogni ascolto è un ritorno. Rivedo i campi d’estate, il sorriso delle persone che non ci sono più, i sogni che non ho avuto il coraggio di inseguire e quelli che, ostinatamente, continuo a portare con me. La musica di questo album non consola, ma accompagna. Ti siede accanto e ti sussurra che anche la malinconia può essere una forma d’amore.

E allora sì, forse le lucciole non si amano più, ma continuano a brillare nei cuori di chi, come me, non ha smesso di cercarle.


💿 Formazione

  • Leonardo Sasso – voce
  • Ezio Vevey – chitarra solista, voce
  • Luciano Boero – basso, Hammond
  • Giorgio Gardino – batteria, vibrafono
  • Alberto Gaviglio – flauto, chitarre, voce
  • Michele Conta – pianoforte, tastiere
  • Oscar Mazzoglio – tastiere

Articolo e riflessioni personali di Nando Caserta – Pubblicato su Blogger © 2025

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