mercoledì 7 gennaio 2026

Mad Men Moon – Teatro CortéSe, Napoli – 6 gennaio 2026

 


Mad Men Moon – Teatro CortéSe, Napoli – 6 gennaio 2026

Fedeltà, interpretazione e identità: i Genesis tra passato e presente

Seguire una tribute band per oltre vent’anni non significa semplicemente assistere a concerti: significa costruire un rapporto, osservare un’evoluzione, riconoscere continuità e fratture. Nel caso dei Mad Men Moon, questo rapporto nasce nel lontano 2003, in un locale fumoso di provincia napoletana, quando la band muoveva i primi passi con entusiasmo artigianale e una teatralità genuina, incarnata allora dal primo cantante Marco Signore con i suoi travestimenti ironici.

Rivederli oggi sul palco del Teatro CortéSe di Napoli significa attraversare una storia lunga e articolata, fatta di cambi di formazione, di momenti di crescita e di perdite importanti, come quella del tastierista Lello Roccasalva, musicista sensibile e prematuramente scomparso, sostituito per un breve periodo dal raffinato Sergio Forlani, pianista di solida formazione jazz. Ma significa anche riconoscere una continuità forte, quasi identitaria, rappresentata da una spina dorsale mai cambiata: Diego Di Finizio alla chitarra, Paolo Terzi alla batteria e Ciro Sebastiani al basso. È su questa triade che, ancora oggi, poggia l’anima più autentica dei Mad Men Moon.


L’inizio: il cuore dei Genesis

L’apertura con “The Fountain of Salmacis / Musical Box (closing section)” è una dichiarazione di intenti: partire dai Genesis più visionari e arcaici significa riaffermare la matrice profonda della band. L’impatto è buono, la struttura regge, anche se si avverte fin da subito una certa cautela, come se l’insieme fosse in cerca di un equilibrio non del tutto naturale.

Con “No Son of Mine” emergono le prime criticità. La parte strumentale è solida, ben sostenuta da una sezione ritmica compatta, ma la vocalità dell’attuale cantante Alessandro Bernardi, impostata su registri decisamente heavy metal, fatica ad adattarsi al linguaggio emotivo del brano. Il canto risulta troppo tirato, poco sfumato, e finisce per comprimere la tensione narrativa che il pezzo richiede.

“Over My Shoulder” (Mike & The Mechanics) scorre senza lasciare segni profondi: esecuzione corretta ma priva di reale convinzione, un brano che non appartiene pienamente all’universo dei Mad Men Moon né alle corde del cantante.

Il centro della serata: la chitarra come voce narrativa


Il concerto trova una prima vera svolta con “Firth of Fifth”. Qualche sbavatura iniziale alle tastiere viene rapidamente dimenticata quando entra in scena Diego Di Finizio. Il suo assolo non è una copia calligrafica, ma una reinterpretazione consapevole, costruita sul fraseggio, sul respiro melodico e sul controllo dinamico. È uno di quei momenti in cui si comprende quanto Diego sia naturalmente nelle corde di Steve Hackett, non solo per timbro e tecnica, ma per sensibilità musicale.

Con “The Lamia” questa affinità si fa ancora più evidente. Il suono della chitarra è caldo, lirico, mai invadente, perfettamente integrato nell’atmosfera sospesa del brano. Di Finizio firma qui una delle prove più alte della serata, confermandosi come il vero narratore musicale del concerto.

“You” di Tony Banks è ben costruita sul piano timbrico. Buona la scelta dei suoni alle tastiere da parte di Benny Casola, attuale tastierista della band, che si muove con rispetto e senso della misura nel complesso universo banksiano. Casola non cerca il protagonismo, ma lavora per sottrazione, costruendo tappeti sonori efficaci e integrandosi con discrezione nell’economia del brano. Se qualche incertezza iniziale tradisce una certa tensione, il suo contributo resta complessivamente onesto e funzionale, più attento all’equilibrio d’insieme che al virtuosismo.

La parte strumentale è ulteriormente valorizzata dal lavoro di Ciro Sebastiani, bassista solido e intelligente, capace di costruire fondamenta armoniche profonde senza mai risultare invadente. Il suo basso dialoga costantemente con la batteria, diventando il collante silenzioso del suono della band. Ancora una volta, però, la vocalità non riesce a reggere il confronto con la raffinatezza dell’arrangiamento.

In “Many Too Many” un errore iniziale alle tastiere viene accolto con applausi di incoraggiamento dal pubblico. Casola recupera rapidamente e la band porta a casa il brano con dignità, dimostrando professionalità e compattezza.

La sezione ritmica: il vero collante

“Fading Lights” rappresenta uno dei momenti più convincenti dell’intero concerto. Il brano cresce gradualmente e funziona anche nella parte cantata. Qui emerge in modo evidente la qualità della sezione ritmica: Sebastiani accompagna con eleganza i cambi dinamici, mentre Paolo Terzi governa la struttura con un drumming poderoso e autenticamente progressivo, fatto di accenti irregolari, controllo assoluto delle dinamiche e un uso sempre musicale dei piatti.

“Another Day in Paradise”, omaggio a Phil Collins, scorre senza particolari emozioni, corretta ma priva di reale urgenza espressiva.

La “Cinema Show” è uno dei passaggi più problematici della serata. L’introduzione acustica risulta confusa, il cantato poco incisivo, ma la parte strumentale recupera terreno. Qui Terzi si prende giustamente il proscenio: il suo drumming non accompagna soltanto, ma guida, ricompone, tiene insieme la band nei momenti più complessi, confermandolo come una delle colonne portanti del progetto.

Momenti di grazia e chiusura

“Spectral Mornings” è uno dei vertici emotivi del concerto. Diego Di Finizio incanta, disegnando i tappeti sonori di Steve Hackett con rispetto e poesia, regalando un momento di autentica sospensione emotiva.


Il medley “In the Cage / In That Quiet Earth / Afterglow” funziona molto bene sul piano strumentale. Ottimo il lavoro di Casola alle tastiere e solidissima la sezione ritmica, che dimostra una sintonia costruita in anni di palco.

“In Your Eyes” (Peter Gabriel) è una buona esecuzione, ma il tentativo di coinvolgere il pubblico non riesce, forse per una connessione emotiva che, nel corso della serata, non si è mai accesa del tutto.

Il finale con “Dancing with the Moonlit Knight / Apocalypse in 9/8” è potente e ambizioso, con Terzi ancora una volta protagonista nei passaggi più complessi. Il bis, “Watcher of the Skies”, è monumentale sulla carta ma lascia una sensazione ambigua: tecnicamente valido, emotivamente meno coeso, come se qualcosa si fosse incrinato rispetto al passato.

Conclusione

Il concerto dei Mad Men Moon al Teatro CortéSe è stato intenso ma irregolare, sorretto da una triade strumentale di altissimo livello. Diego Di Finizio emerge come interprete hackettiano maturo e ispirato; Paolo Terzi resta una colonna portante, batterista di grande spessore prog; Ciro Sebastiani, con il suo basso sempre misurato e intelligente, è il collante silenzioso che tiene insieme il suono della band. Benny Casola, pur senza clamori, contribuisce con serietà e senso della misura all’architettura complessiva.

In una lettura storica del percorso dei Mad Men Moon, è inevitabile ricordare anche Massimiliano Palazzo, voce della band per una lunga fase e punto di riferimento importante della loro evoluzione. La sua impostazione vocale, più narrativa e meno forzata, garantiva spesso un equilibrio emotivo oggi più difficile da ritrovare. Non si tratta di un confronto sterile, ma di una constatazione che aiuta a comprendere perché, in alcuni passaggi, la distanza tra eccellenza strumentale e resa vocale appaia così evidente.

Resta la sensazione che qualcosa, rispetto al passato, si sia incrinato sul piano dell’alchimia complessiva. Ma finché esisteranno musicisti capaci di affrontare i Genesis con questa competenza, rispetto e passione, i Mad Men Moon continueranno ad avere una voce importante e credibile nel panorama delle tribute band italiane.

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