(Auto-produzione – distribuzione indipendente)
🧭 Il viaggio di Holden verso “The Great Divide”
John Holden non è un novellino del progressive moderno: è uno di quei musicisti-artigiani inglesi che, da fine anni 2010, ha costruito un catalogo personale e coerente, lontano dalle grandi etichette ma vicino all’anima del genere.
Nato nel Cheshire, autodidatta e polistrumentista, Holden debutta nel 2018 con Capture Light e da allora non si ferma più: ogni anno (o quasi) pubblica un nuovo lavoro che affina la sua scrittura e il suo gusto per le atmosfere eleganti.
Album come Rise and Fall, Kintsugi e Proximity & Chance (2024) ne hanno definito la cifra: melodie limpide, orchestrazioni raffinate, testi che guardano sempre “oltre” il quotidiano.
Con The Great Divide, sesto album da solista, Holden arriva al punto più maturo del suo percorso.
Un disco che riflette — fin dal titolo e dalla copertina — sul concetto di separazione, nel senso più ampio: emotiva, sociale, culturale, generazionale. Un lavoro nato in un periodo in cui la distanza (fisica e morale) è diventata esperienza comune.
Holden firma quasi tutto: chitarre, tastiere, basso e arrangiamenti. Attorno a sé convoca un gruppo di ospiti scelti con cura — Peter Jones, Iain Hornal, Sertari, Luke Machin — per dare colore e vita alle sue composizioni.
Tra le curiosità: l’uso, in un passaggio del brano d’apertura, di una voce generata da intelligenza artificiale, scelta tanto simbolica quanto controversa.
🎨 Un concept sottile
Non è un concept album in senso narrativo, ma lo è nello spirito: tutte le tracce dialogano tra loro attraverso un filo invisibile che tiene insieme la ricerca di equilibrio, la consapevolezza del tempo, e la speranza di riconciliazione.
La produzione è cristallina e gentile, forse fin troppo levigata in certi momenti, ma coerente con il tono riflessivo del lavoro.
🎧 Track by Track
1. The Great Divide
“Non c’è muro che non possa diventare ponte, se qualcuno decide di attraversarlo.”
Suite introduttiva e manifesto del disco. Holden alterna sezioni sinfoniche ad aperture acustiche, costruendo una narrazione fluida, più emotiva che tecnica.
Le tastiere disegnano orizzonti ampi, mentre la chitarra guida la progressione armonica.
La voce (in parte umana, in parte sintetica) diventa metafora sonora della frattura tra naturale e artificiale.
Un brano coraggioso, dal respiro cinematografico, che non cerca l’impatto ma la profondità.
🩶 Impressione personale: non è “facile”, ma incarna perfettamente la poetica di Holden: equilibrio, introspezione, bellezza malinconica.
2. Storm Warning
La “tempesta” arriva presto: ritmo più serrato, chitarre elettriche con maggiore mordente, drumming che pulsa sotto una melodia tesa.
Il testo parla di segnali ignorati e crisi che incombono, tra relazioni e contesti sociali.
È il brano più “rock” dell’album, e funziona benissimo per contrasto con l’apertura meditativa.
🩶 Impressione personale: energico e misurato, dà respiro al disco e conferma che Holden sa essere dinamico senza perdere eleganza.
3. Sandcastles
Cambio d’atmosfera: un brano delicato e malinconico, costruito su arpeggi acustici e voce intima.
I “castelli di sabbia” diventano simbolo delle costruzioni umane destinate a svanire: amori, ambizioni, illusioni.
L’arrangiamento è quasi minimalista, con tocchi di flauto e piano elettrico che ne amplificano la dolcezza.
🩶 Impressione personale: uno dei momenti più toccanti del disco. La semplicità melodica vince sulla complessità: pura emozione trattenuta.
4. Runes
Un’invocazione antica. Holden esplora il lato mistico del folk britannico: ritmo cadenzato, percussioni leggere, cori eterei e melodia modale.
Le “rune” diventano chiavi per decifrare ciò che resta nascosto, in noi e nel mondo.
🩶 Impressione personale: brano affascinante e atmosferico, capace di trasportare altrove. Una gemma per chi ama il lato più spirituale del prog.
5. Leaf to Blade
Probabilmente il pezzo più diretto e accessibile dell’album: ritmo country-rock, riff chiari, testo che parla di trasformazione e resilienza (“da foglia a lama”).
Holden mostra qui il suo lato più terreno, quello del songwriter che guarda al presente senza perdere poesia.
🩶 Impressione personale: piacevole sorpresa — energico, radiofonico, ma perfettamente in linea con l’estetica del disco.
6. This Jewel Was Ours
Una ballata di struggente nostalgia. Pianoforte, voce e pochi tocchi d’archi digitali bastano per dipingere una scena di perdita e gratitudine.
È il brano che più parla al cuore, dove Holden si mette completamente a nudo.
🩶 Impressione personale: una piccola meraviglia. L’essenza del “meno è più”.
7. Art and Craft
Finale perfetto: un inno gentile all’arte come antidoto alla distanza.
Musicalmente alterna passaggi quasi cameristici a momenti orchestrali, in una progressione che ricompone i frammenti disseminati nell’album.
Si chiude in silenzio, come un sorriso dopo una lunga conversazione.
🩶 Impressione personale: il finale giusto per questo viaggio. Nulla di trionfale, ma tanto equilibrio e verità.
🧩 Conclusione
The Great Divide è un disco che non cerca lo shock, ma la risonanza.
Holden non reinventa sé stesso, ma affina ulteriormente la sua scrittura, offrendo un album coeso, elegante e profondamente umano.
Certo, qualcuno potrà rimpiangere un pizzico di ruvidità in più — e la scelta della voce AI nel brano iniziale resterà divisiva — ma nel complesso siamo di fronte a un lavoro di grande finezza e consapevolezza artistica.
“John Holden continua a dimostrare che il prog non ha bisogno di urlare per emozionare.”
Un disco per chi ama la melodia intelligente, il racconto sonoro, e quel tipo di progressivo che preferisce la riflessione al clamore.
Voto personale: ★★★★☆ (7 / 10)
Genere: Progressive sinfonico / Art Rock / Folk Prog
Consigliato se ami: Big Big Train, Steve Hackett, Tiger Moth Tales, Guy Manning
🎛️ Note di Produzione & Curiosità
Produzione:
Registrato tra il 2024 e il 2025 nello studio privato di John Holden, nel Cheshire, con ulteriori sessioni remote in Scozia, Olanda e Stati Uniti.
Mix e mastering curati dallo stesso Holden con la collaborazione di Simon Hanhart, già al lavoro con Asia e Marillion.
Concept e grafica:
L’artwork di copertina è opera di Steve Makin, illustratore e fotografo inglese. L’immagine – due figure distanti su un paesaggio astratto – rappresenta visivamente la “grande divisione” del titolo, in bilico tra isolamento e riconnessione.
Ospiti principali:
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Peter Jones (Tiger Moth Tales, Camel): voce su “Sandcastles” e “Art and Craft”.
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Iain Hornal (Jeff Lynne’s ELO, 10cc): cori e armonie su “The Great Divide”.
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Sertari: voce femminile su “Runes”, con sfumature quasi celtiche.
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Luke Machin (The Tangent, Maschine): chitarre soliste su “Storm Warning” e “Leaf to Blade”.
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Jon Camp (Renaissance): basso su “This Jewel Was Ours”.
Strumentazione di Holden:
chitarre acustiche ed elettriche, basso fretless, tastiere, sintetizzatori software, programmazioni orchestrali e percussioni digitali.
Curiosità:
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Il frammento vocale iniziale di The Great Divide utilizza un campione elaborato da IA, scelto per simulare una voce “senza tempo”.
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“Sandcastles” è stato scritto originariamente per Proximity & Chance, ma Holden lo ha riscoperto in una vecchia demo del 2021 e completamente riscritto.
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“Art and Craft” contiene un frammento melodico nascosto tratto dal tema di Kintsugi (2020), come omaggio al suo percorso precedente.
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Ogni brano è accompagnato da una mini-illustrazione originale disponibile sul sito ufficiale di Holden, nella sezione album art stories.
🧾 Line-up completa
John Holden – chitarre, tastiere, basso, orchestrazioni, programmazioni
Peter Jones – voce, flauto
Sertari – voce
Luke Machin – chitarra solista
Iain Hornal – cori
Jon Camp – basso
Sally Minnear – cori aggiuntivi
Simon Fitzpatrick – basso in “Storm Warning”
Geoff Lea – batteria
Katie de Boer – violino
🕰️ Tracklist
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The Great Divide (7:36)
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Storm Warning (5:52)
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Sandcastles (6:04)
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Runes (5:10)
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Leaf to Blade (4:55)
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This Jewel Was Ours (5:38)
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Art and Craft (6:47)
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