giovedì 9 ottobre 2025

Genesis – From Genesis to Revelation

  Genesis – From Genesis to Revelation (1969): la Genesi prima della metamorfosi

Prima di diventare i maestri del progressive teatrale, i Genesis furono un gruppo di liceali che cercavano la propria voce tra pop barocco e suggestioni psichedeliche. From Genesis to Revelation è il loro primo disco, prodotto da Jonathan King (che li aveva scoperti e ribattezzati), ed è un album che sembra appartenere più agli anni ’60 che al futuro prog degli anni ’70. Eppure, dentro la sua ingenuità, si intravedono già gli elementi che faranno grande la band: il gusto per il racconto, l’amore per le atmosfere dense e l’ambizione di dire qualcosa di più di una semplice canzone d’amore. 

Un progetto troppo grande per un gruppo così giovane



Il concept, ispirato alla Bibbia, racconta simbolicamente la storia dell’umanità dalla Genesi all’Apocalisse. È un’idea colossale, forse troppo per ragazzi appena usciti dal Charterhouse College. Ma l’audacia è proprio il segno distintivo: volevano già trasformare la musica in narrazione universale.

Il risultato è un album che alterna momenti riusciti a passaggi acerbi, sempre immerso in orchestrazioni di archi che a volte valorizzano e a volte soffocano la freschezza del gruppo.


Le canzoni: miniature barocche

 Brani come “Where the Sour Turns to Sweet” o “In the Beginning” aprono con melodie leggere ma già tinte di ombre: c’è l’eco del pop britannico dei Bee Gees e dei Moody Blues, ma anche una voglia di drammatizzare.

“The Serpent” e “In Hiding” mostrano il lato più visionario: linee melodiche che cercano spessore oltre il semplice ritornello, mentre Gabriel già accenna a quella teatralità che esploderà di lì a poco.

Nei pezzi più brevi e dolci, come “Am I Very Wrong?” o “One Day”, emerge il lato pastorale, fatto di chitarre acustiche e melodie fragili, quasi canzoni da camera più che rock.

Il disco si chiude con “The Conqueror” e “In Limbo”, dove la scrittura tenta di farsi più epica, ma resta compressa dentro una produzione troppo educata, quasi scolastica.

 

I testi: simbolismo adolescenziale

Gabriel, Banks, Rutherford e Phillips erano ancora ragazzi: i testi oscillano tra ingenuità e intuizioni poetiche. Parlano di creazione, di tentazione, di destino, ma più con lo sguardo di studenti che hanno appena letto Milton o la Bibbia in classe che con la profondità filosofica dei lavori futuri. Eppure c’è qualcosa di sincero in questa “serietà giovanile”: è la prova che i Genesis, fin dall’inizio, volevano elevarsi oltre la canzone leggera.

 

Un disco incompreso

All’uscita il pubblico non lo notò quasi: il nome della band era confuso con quello di un disco religioso, le radio lo ignorarono, e gli stessi Genesis lo rinnegarono presto, considerandolo un esperimento immaturo. Ma col tempo, From Genesis to Revelation è diventato un documento prezioso: non tanto per la sua compiutezza artistica, quanto per il suo valore di testimonianza.

 

La genesi della Genesi

 Ascoltare oggi questo esordio significa guardare le prime pagine di un libro che diventerà un classico. Ci sono errori, ingenuità, eppure c’è già la tensione verso qualcosa di più grande: la voglia di raccontare storie, di costruire mondi sonori, di unire melodia e narrazione.

 

Non è ancora il progressive, non è ancora l’epica di Trespass né il teatro oscuro di Nursery Cryme. È piuttosto il seme, fragile ma vitale, che germoglierà nei dischi successivi. Un piccolo scrigno barocco che appartiene più alla fine degli anni ’60 che ai Genesis che conosciamo, ma che merita di essere riascoltato per quello che è: la prima, ingenua, autentica dichiarazione d’intenti di una band destinata a reinventare il rock.

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