martedì 14 ottobre 2025

Steve Hackett – Voyage of the Acolyte

 


Steve Hackett – Voyage of the Acolyte (1975–2025): cinquant’anni di un viaggio dell’anima

C’è qualcosa di magico nel tornare ad ascoltare Voyage of the Acolyte oggi, cinquant’anni dopo la sua uscita. Era l’ottobre del 1975 quando Steve Hackett, allora chitarrista dei Genesis, pubblicava il suo primo album solista: un’opera di rara bellezza e profondità, sospesa tra rock progressivo, misticismo e poesia sonora.

Non era un disco di rottura, ma di rivelazione. Hackett non cercava di scappare dai Genesis, bensì di trovare la propria voce: una voce intima, sognante, pittorica, che la grande macchina del gruppo non sempre gli permetteva di esprimere. Il risultato fu un album che ancora oggi, mezzo secolo dopo, conserva intatta la sua potenza emotiva e la sua aura visionaria.

Il contesto: un artista in cerca di sé

Nel 1975 i Genesis vivono un momento di transizione. The Lamb Lies Down on Broadway ha appena sancito l’apice del loro percorso teatrale e concettuale, ma anche la fine di un’era: Peter Gabriel lascia la band, lasciando un vuoto che nessuno sa come colmare.

Hackett, nel frattempo, sente dentro di sé una chiamata diversa. Sempre il più introspettivo del gruppo, decide di trasformare la propria sensibilità in linguaggio personale, ispirandosi ai tarocchi come simboli del percorso umano e spirituale.

Il titolo, Il viaggio dell’accolito, è già un manifesto: un apprendista che intraprende un cammino di conoscenza, tra cadute, illuminazioni e silenzi. Ogni brano è una tappa di questo viaggio interiore.

Brano per brano: il sentiero dell’iniziazione

1. Ace of Wands 

Il disco si apre con un’esplosione di energia. La chitarra elettrica di Hackett corre come un fiume in piena, mentre la batteria di Phil Collins e il basso di Mike Rutherford danno un impulso quasi sinfonico. È la nascita dell’accolito: virtuosismo e melodia si fondono in una corsa luminosa tra cambi di tempo e pause di pura contemplazione.

2. Hands of the Priestess (Part 1)

Dopo la tempesta, la quiete. Il flauto di John Hackett conduce una melodia sospesa, come una preghiera sussurrata. È l’incontro con la Sacerdotessa, simbolo della conoscenza intuitiva. L’atmosfera è onirica, tra mellotron e campane tubolari.

3. A Tower Struck Down 

Co-scritto con John Hackett, è un brano oscuro e inquietante, dominato da bassi minacciosi e rumori sinistri. Evoca la “Torre colpita dal fulmine” dei tarocchi: distruzione improvvisa, crollo delle certezze. È la crisi necessaria per rinascere.

4. Hands of the Priestess (Part 2) 

Ritorno alla calma, come una benedizione dopo il terremoto. La melodia del flauto si riprende, dolce e purificata: un momento di guarigione interiore.

5. The Hermit 

Qui Hackett canta per la prima volta con la propria voce, fragile ma sincera. L’Eremita rappresenta la solitudine e la ricerca della verità lontano dal clamore del mondo. La canzone è una gemma pastorale, arricchita dall’oboe di Robin Miller e dall’armonium.

6. Star of Sirius 

La voce di Phil Collins guida un brano etereo e fluttuante. La “Stella di Sirio” rappresenta la guida celeste, la speranza che illumina la notte. È forse il momento più “Genesis” del disco, ma con un’anima più lirica e personale.

7. The Lovers 

Un intermezzo acustico, dolce e malinconico. L’amore come tappa effimera del viaggio, come illusione e verità insieme. Solo la chitarra parla, con dolcezza e pudore.

8. Shadow of the Hierophant 

Il gran finale, e il vertice assoluto dell’album. Co-scritto con Mike Rutherford, vede la voce angelica di Sally Oldfield fluttuare sopra una melodia incantata. Il brano cresce lentamente, in una progressione ipnotica che culmina in un climax di rara potenza emotiva. È la rivelazione finale dell’accolito, l’incontro con la verità.

🎚️ I musicisti: una confraternita sonora

Hackett è accompagnato da una formazione di straordinario equilibrio:

  • Phil Collins – batteria, vibrafono, voce in Star of Sirius
  • Mike Rutherford – basso, bass pedal, chitarra a dodici corde
  • John Hackett – flauto, sintetizzatore, campane tubolari
  • Sally Oldfield – voce solista in Shadow of the Hierophant
  • John Acock – mellotron, armonium, pianoforte
  • Robin Miller – oboe, corno inglese
  • Nigel Warren-Green – violoncello

Il suono è un miracolo di equilibrio: rock e sinfonia, introspezione e dramma, luce e ombra. Ogni nota è una pennellata su una tela invisibile.

L’eredità e il senso del viaggio

A cinquant’anni di distanza, Voyage of the Acolyte rimane una delle opere più poetiche e coerenti dell’intera stagione prog. Non è solo un album solista: è il diario sonoro di una trasformazione.

Hackett si presenta come un artista che sceglie di guardarsi dentro, di seguire un sentiero personale anche a costo di perdersi. E così, ascoltandolo oggi, non possiamo fare a meno di riconoscerci in quel viaggio. Perché l’accolito, in fondo, siamo noi.

L’accolito siamo noi

Ogni volta che la vita ci spinge a cambiare, ogni volta che una “torre” dentro di noi crolla, diventiamo un po’ accoliti. Cerchiamo di capire, di ricomporre, di trovare una stella che ci guidi.

Il percorso di Hackett, dall’impeto di Ace of Wands alla quiete mistica di Shadow of the Hierophant, è la metafora perfetta del cammino umano: giovinezza, crisi, amore, solitudine, consapevolezza, e infine pace.

Quando l’ultimo crescendo del disco svanisce, ci resta una sensazione rara: non di nostalgia, ma di appagamento. Come se, per un attimo, avessimo camminato anche noi al fianco di Steve Hackett, accoliti di un tempio invisibile, sospesi tra sogno e memoria.

Cinquant’anni dopo, Voyage of the Acolyte non è soltanto un classico del progressive rock: è un viaggio dell’anima che continua a parlarci, a commuoverci, e a ricordarci che la meta, sempre, è dentro di noi.

Pubblicato sul blog di Progman59 (Nando Caserta) in occasione del 50° anniversario di “Voyage of the Acolyte” (ottobre 1975 – ottobre 2025).

2 commenti:

  1. Sono stata stregata da Shadow fin dalla prima volta che l'ho ascoltata. E poi eseguita in sala. Una " roba dell'altro mondo". Con i Genesis sono entrata in un metaverso musicale al cui confronto pochi reggono il confronto. Perchè non si tratta solo di note, ma di una ricerca vera e propria. Che va ben oltre la musica.
    Posso ben definirmi una nuova accolita. E per questo devo ringraziare i miei nuovi e vecchi amici che da oltre 30 anni tengono alto il vessillo di questa straordinaria band inglese.
    💕 🎶

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    1. Cara Marina,che belle parole hai scritto! Hai colto in pieno quello che rende Hackett e brani come Shadow qualcosa che va oltre la semplice musica: è una dimensione di emozione, ricerca e bellezza senza tempo.
      Ti ringrazio davvero per il tuo commento, e ti confesso che mi sarebbe piaciuto tantissimo ascoltarti mentre eseguivi Shadow. Dev’essere stata un’esperienza magica, per te e per chi ha avuto la fortuna di esserci.

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