sabato 1 novembre 2025

Alessandro Corvaglia – Out of the Gate

 



La voce del prog italiano tra introspezione, melodia e verità

C’è qualcosa di antico e insieme attuale nel modo in cui Alessandro Corvaglia canta. La sua voce non si limita a intonare: racconta, scava, osserva il tempo. Chi lo ha seguito nei decenni all’interno di progetti come La Maschera di Cera, Delirium, Höstsonaten, Mr. Punch o nei Genesis-tribute dei Real Dream, lo sa bene: Corvaglia è una figura appartata ma centrale nel piccolo universo del progressive italiano, uno di quegli interpreti che hanno attraversato anni di palchi e sale prova custodendo la fiamma di una passione che non conosce mode.

Con Out of the Gate, il suo primo vero album solista, l’artista livornese (genovese d’adozione) sembra voler mettere ordine in un lungo percorso, uscendo “fuori dal cancello” del passato per affrontare finalmente la luce del proprio nome. Il titolo, d’altronde, non è casuale: è un gesto di liberazione e di sintesi, il punto in cui le esperienze precedenti si raccolgono in un discorso personale.

Il disco, pubblicato nel 2021 da AMS Records, è un lavoro costruito con calma, senza pressioni commerciali. Fin dalle prime note di Promised Land si percepisce un intento preciso: restituire la forza evocativa del progressive classico, ma depurata dagli orpelli. La voce di Corvaglia è calda, ruvida nei giusti punti, capace di far vibrare un testo anche con un semplice respiro. Il pezzo apre l’album con una luminosità trattenuta, come il varco di un portone che si schiude su un mondo interiore: un’introduzione ideale, sospesa fra inquietudine e speranza.

Segue The Night of the Eyes, sospesa su tastiere vaporose e un incedere più intimo. Qui l’autore mostra la parte più cantautorale del suo carattere: un lirismo che non teme il silenzio, una teatralità controllata che rimanda a certi momenti di Peter Hammill e dei Van der Graaf Generator, ma con un’impronta tutta mediterranea. È un brano che si muove per sfumature, in cui la voce non domina, ma si fonde nel respiro della musica.

Con Preaching On Line il disco entra nel cuore del linguaggio prog: tempi irregolari, chitarre che si intrecciano, una struttura in più movimenti che sfocia in aperture melodiche ampie e avvolgenti. È forse il brano più complesso e ambizioso del lotto, una mini-suite che alterna tensione e distensione con eleganza, senza mai perdere il filo emotivo. La denuncia implicita del titolo — quella predicazione virtuale che sostituisce l’autenticità dei rapporti — trova eco nella costruzione musicale, che sembra cercare continuamente un punto d’equilibrio fra caos e armonia.

Arriva poi …and the Lady came in, breve interludio strumentale (poco meno di tre minuti) che respira come un momento sospeso fra due atti teatrali. Pianoforte e flauto dialogano con grazia, evocando un senso di apparizione, come se una figura eterea entrasse davvero in scena, portando una luce diversa.

La vera sorpresa arriva però con White Ghosts, poco più di sette minuti, rappresenta uno dei vertici del disco e il punto in cui la scrittura di Corvaglia si fa più densa e nervosa. I sintetizzatori aprono la strada con un tessuto pulsante, quasi elettrico, su cui la chitarra si inserisce con naturalezza, come se emergesse da un dialogo già in corso. Il brano alterna impeti e sospensioni, momenti di tensione e pause di dolcezza, disegnando un paesaggio sonoro che unisce precisione e sentimento. La voce, qui, è incisiva ma controllata: graffia e accarezza, racconta senza gridare. L’atmosfera è quella del miglior neo-prog europeo, ma con il calore e la teatralità tipicamente italiani. C’è una grazia melodica che sembra ribellarsi, in silenzio, alla disumanità del mondo che racconta. Un equilibrio raro tra intensità e misura: White Ghosts è prog maturo, capace di emozionare senza eccessi, di stupire con la sostanza più che con la forma.

Vision riparte da un terreno più concreto: ritmiche serrate e melodia diretta, ma sempre velata di malinconia. È un episodio che riporta l’ascolto verso il lato più rock dell’autore, senza rinunciare al gusto melodico e alla cura degli arrangiamenti. L’assolo di chitarra, sobrio ma tagliente, aggiunge una nota di urgenza quasi hammilliana.

A Deed Within a Dream segna una pausa contemplativa nel cuore del disco. È un brano interamente strumentale, breve ma denso di suggestione, costruito su un intreccio di chitarre acustiche e tastiere che si rincorrono come frammenti di un sogno. Non c’è voce, e non ce n’è bisogno: la melodia parla da sé, evocando immagini lontane, malinconiche, quasi impressioniste. È come se Corvaglia affidasse alla musica pura ciò che le parole non possono dire — un respiro, un ricordo, un gesto interiore che trova spazio solo nel silenzio sonoro.

Where Have I Been? apre invece un nuovo spazio di riflessione. La domanda del titolo è quella che ogni artista si pone quando si guarda indietro: “dove sono stato?”. È una ballata dolente, punteggiata da linee di chitarra acustica e da un ritornello che rimane addosso. Qui emerge la dimensione autobiografica più esplicita del disco, ma senza retorica: solo consapevolezza e gratitudine per il cammino compiuto.

12 Towers, breve strumentale di poco più di due minuti, funge da ponte verso la conclusione. È un passaggio quasi cinematografico, che prepara il terreno al gran finale.

Il sipario si chiude con Out of the Gate, suite di oltre undici minuti che dà il titolo all’intero lavoro. Qui tutto torna: i temi precedenti, le suggestioni, le ombre e le luci. È un brano che racchiude l’intero senso del viaggio, una sorta di “summa” artistica in cui Corvaglia mette in gioco la propria visione del tempo, del suono e della vita. L’introduzione lenta, quasi sospesa, si apre progressivamente verso sezioni più dinamiche e corali, fino a un finale liberatorio, pieno di luce. È la chiusura perfetta di un percorso che non ha bisogno di clamori: basta la sincerità di una voce che, dopo anni, trova la sua casa.

Nel complesso Out of the Gate alterna episodi più costruiti ad altri di respiro intimo, sempre con una coerenza che sorprende. La produzione — limpida, essenziale, priva di effetti eccessivi — punta tutto sulla resa naturale della voce e sul dialogo fra strumenti. Nessuna voglia di stupire con virtuosismi: piuttosto il desiderio di raccontare, di restituire una verità umana e musicale.

La scrittura di Corvaglia non si rifugia nella nostalgia: dialoga con la memoria del prog, ma la attraversa con occhi nuovi. C’è l’eco del passato (Genesis, PFM, Banco), ma non come citazione sterile — è piuttosto un linguaggio appreso e ormai interiorizzato, filtrato da una sensibilità matura, persino fragile.

Chi conosce la scena italiana riconoscerà i riferimenti, ma chi arriva da fuori troverà un disco sorprendentemente accessibile, a tratti toccante. È un album che cresce con gli ascolti, che ti accompagna più che imporsi. Un lavoro d’autore, nel senso più pieno: senza clamore, ma con la solidità di chi ha molto vissuto e finalmente decide di parlare in prima persona.

In fondo, Out of the Gate è questo: la voce di un uomo che apre una porta e dice “eccomi”.
E dentro quella voce, tra le pieghe del suono, passa mezzo secolo di musica, di palchi, di vita.


🎧 Ascolto consigliato

Per entrare davvero nel mondo di Out of the Gate, l’ascolto va fatto con calma, magari in cuffia, lasciando che ogni brano sveli il proprio respiro.
Ti suggerisco questo piccolo percorso:

  1. White Ghosts – il cuore emotivo del disco, intenso, visionario, con un crescendo che tocca corde profonde.

  2. Promised Land – perfetta come apertura: limpida, diretta, e già intrisa della malinconia che percorre tutto l’album.

  3. The Night of the Eyes – la voce di Corvaglia in versione più intima e riflessiva.

  4. Preaching On Line – l’anima prog, costruita su sezioni contrastanti ma perfettamente bilanciate.

Puoi ascoltare l’intero album su Bandcamp oppure su Spotify.


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Voto: 8
Per chi ama: Peter Hammill, il miglior prog italiano contemporaneo, e quella musica che non teme di mostrarsi fragile per restare autentica.

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