mercoledì 12 novembre 2025

Genesis - Nursery Cryme

 


Nursery Cryme – L’infanzia gotica del progressive

Quando nel 1971 i Genesis entrano negli studi Trident di Londra, sono un gruppo giovane ma già alla ricerca di una nuova identità. Dopo il delicato e ancora incerto Trespass (1970), la formazione originaria si è disgregata: il chitarrista Anthony Phillips, anima timida e poetica della band, abbandona per problemi di salute e di ansia da palcoscenico; il batterista John Mayhew viene sostituito. Il gruppo si ritrova improvvisamente senza due elementi chiave, ma da quella crisi nascerà la metamorfosi.


Un nuovo inizio: Collins e Hackett

L’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett cambia tutto. Collins porta tecnica, ironia e precisione ritmica mai viste prima nel gruppo: la sua batteria introduce poliritmie, percussioni inusuali e una sensibilità vocale che arricchirà il tessuto sonoro. Hackett, al contrario, è un chitarrista introverso e visionario, affascinato dalle possibilità timbriche più che dal virtuosismo.
La combinazione dei due diventa esplosiva: il primo dona energia e compattezza, il secondo una tavolozza di colori e atmosfere. Intorno a loro, Peter Gabriel, Tony Banks e Mike Rutherford trovano finalmente l’equilibrio per costruire un mondo sonoro coerente e teatrale.

Nursery Cryme, pubblicato nel novembre del 1971, è dunque un album di rinascita. È il disco in cui i Genesis scoprono la propria voce: fiabesca, ironica, gotica, ma sempre umanissima.


La copertina e il concept

L’artwork di Paul Whitehead è una dichiarazione d’intenti: una bambina vittoriana gioca a croquet usando teste mozzate come palle. È l’immagine perfetta di ciò che i Genesis vogliono evocare — un’infanzia disturbata, dove la grazia convive con il macabro.
Nursery Cryme è infatti un gioco di contrasti: innocenza e violenza, sogno e realtà, teatro e introspezione. Ogni brano è una scena autonoma di questo piccolo “dramma inglese” ambientato in un’epoca immaginaria sospesa tra Dickens e Lewis Carroll.


Track by Track – Il teatro delle metamorfosi

1️⃣ The Musical Box (10:28)

Il brano manifesto.
Una storia vittoriana di morte e desiderio: Henry, bambino, viene decapitato da Cynthia durante un gioco. Anni dopo, aprendo un carillon appartenuto a lui, la ragazza libera il suo spirito, che invecchia rapidamente fino a manifestare un erotismo spettrale.
Gabriel ne fa un racconto teatrale, tra sospiri e grida: ogni strofa è un cambio di scena, ogni transizione una mutazione emotiva.
Musicalmente, è un mosaico perfetto: l’intro arpeggiata di Banks e Hackett cresce in un climax drammatico; la sezione centrale esplode in un crescendo di Hammond e chitarra elettrica che anticipa la teatralità di Supper’s Ready.
Hackett, al suo debutto, introduce tecniche di sustain e volume pedal pionieristiche, mentre Collins sostiene l’intero edificio con un lavoro di batteria che alterna grazia e potenza.
The Musical Box è la nascita del “teatro sonoro” dei Genesis, e resta tutt’oggi una delle più complesse e ispirate composizioni della band.


2️⃣ For Absent Friends (1:53)

Un breve interludio cantato da Collins, che mostra per la prima volta la sua voce morbida e malinconica.
Il testo, scritto da Collins e Hackett, racconta due anziane signore che vanno in chiesa a ricordare gli amici scomparsi — un microcosmo di quotidianità e perdita.
Le chitarre acustiche si intrecciano con il pianoforte elettrico in un’atmosfera rarefatta, quasi sospesa nel tempo.
In meno di due minuti, i Genesis offrono una pausa contemplativa, una carezza dopo la furia drammatica dell’apertura.


3️⃣ The Return of the Giant Hogweed (8:17)

Una satira ecologista travestita da racconto apocalittico.
Ispirata a un fatto reale (la diffusione in Inghilterra di una pianta velenosa russa), la canzone diventa parabola sull’arroganza umana e la rivolta della natura.
Gabriel interpreta con toni beffardi e teatrali, trasformando l’invasione vegetale in una commedia nera.
Musicalmente è uno dei primi esempi di prog sinfonico aggressivo: riff taglienti di Hackett, organo di Banks che si muove tra Bach e il caos, batteria di Collins che alterna 7/8 e 6/8 con naturalezza.
Un brano che anticipa la potenza e la teatralità dei futuri Watcher of the Skies e Dance on a Volcano.


4️⃣ Seven Stones (4:37)

Un momento di sospensione e malinconia.
Il testo — forse il più poetico dell’album — parla del caso, del destino e della cecità umana davanti ai segni della natura.
La melodia di Banks è un fiume tranquillo, che si apre su linee di mellotron e flauti sintetici. Gabriel canta con tono da cantastorie, e Hackett cesella arpeggi che aggiungono trasparenza e malinconia.
C’è qui il cuore lirico dei primi Genesis: il senso di un’epoca perduta, raccontata con nostalgia e mistero.


5️⃣ Harold the Barrel (3:20)

Un piccolo capolavoro di teatro surreale.
Harold, un uomo qualunque, decide di togliersi la vita gettandosi da una finestra, ma diventa protagonista di uno show mediatico tragicomico.
Gabriel interpreta tutti i personaggi — il giornalista, il sindaco, la folla — con una velocità e un’ironia degne di un attore comico.
La musica, costruita su tempi spezzati e armonie jazzate, sembra una danza macabra travestita da cabaret.
Sotto la farsa, però, si nasconde una compassione autentica: il riso e la disperazione si confondono.


6️⃣ Harlequin (3:38)

Una parentesi eterea e spirituale.
Tre voci — Gabriel, Banks e Collins — si fondono in un intreccio angelico che sembra dissolversi nell’aria.
Il testo, poetico e impressionista, evoca immagini di sogno, di figure fugaci.
Hackett e Rutherford creano un dialogo di chitarre acustiche che si muove come un respiro.
È un brano apparentemente minore, ma in realtà una delle chiavi dell’album: rappresenta il lato tenero e visionario dei Genesis, la loro capacità di sospendere il tempo.


7️⃣ The Fountain of Salmacis (8:47)

Chiusura grandiosa, mitologica.
Tratta dal libro IV delle Metamorfosi di Ovidio, narra l’unione di Ermafrodito e della ninfa Salmacis, che fondono i loro corpi in un solo essere.
Banks apre con un’introduzione di mellotron e organo Hammond che sembra un requiem pagano; la chitarra di Hackett fluttua tra linee liriche e improvvise tensioni.
Gabriel assume il ruolo del narratore sacro, evocando la trasformazione con pathos quasi liturgico.
La sezione finale, maestosa e corale, suggella l’album come un rito iniziatico: l’infanzia è morta, nasce la coscienza.


Dietro le quinte

Le registrazioni ai Trident Studios furono lunghe e complesse: la band stava ancora imparando a conoscersi. Hackett, inizialmente timido, trovò in Banks un compagno di visione armonica, mentre Collins portò precisione e freschezza ritmica.
La produzione, affidata alla stessa band, conserva un’aura grezza ma autentica. L’imperfezione diventa parte del fascino: ogni respiro, ogni stonatura è un segno di vitalità.


Eredità e significato

Nursery Cryme non è solo un album: è la nascita di una poetica. Qui i Genesis scoprono il potere della narrazione musicale, l’unione tra letteratura e rock, tra recitazione e melodia.
È il primo disco davvero teatrale del progressive, quello che inaugura un linguaggio in cui il mito, la fiaba e la cronaca quotidiana si intrecciano senza confini.
Le sue imperfezioni lo rendono umano, vivo, lontano dall’estetica levigata dei lavori successivi.

Riascoltarlo oggi significa tornare in un’Inghilterra immaginaria — un giardino vittoriano dove si gioca con le teste mozzate, dove la fiaba diventa incubo e il suono è ancora un mistero da esplorare.
Un disco che segna la fine dell’innocenza, e insieme l’inizio del sogno:
l’infanzia gotica del progressive.

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