The Rotters’ Club (1975–2025)
Una perfezione che non fa rumore, ma si insinua. E resta per sempre.
Ci sono dischi che mostrano i muscoli, e dischi che invece ti mettono una mano sulla spalla e ti portano in un altro posto senza farsi notare. The Rotters’ Club appartiene alla seconda categoria: non ti conquista gridando, ma con quella sottile lucidità che solo i musicisti pienamente liberi riescono a regalare.
Riascoltato a cinquant’anni esatti, non perde un millimetro di precisione. Anzi, sembra che il mondo gli si sia finalmente allineato intorno.
Il suono di una mente che ragiona giocando
Mentre molta musica prog tende a costruire cattedrali sonore, Hatfield and the North sembra più interessato a progettare un’intera città invisibile: fatta di curve, non di colonne; fatta di incastri, non di monumenti.
È un album che ragiona, ma non ti fa mai pesare l’intelligenza. Sembra dire: “Guarda, possiamo essere complessi senza diventare pedanti. Possiamo divertirci dentro la complessità.”
La band “parla” come un cervello collettivo: la calma di Richard Sinclair, la matematica affettuosa di Dave Stewart, la precisione quasi acrobatica di Phil Miller, e Pip Pyle che non accompagna — orienta.
Un’opera in cui niente è fuori posto
L'album procede come una lunga conversazione piena di deviazioni geniali, eppure sempre coerente.
E proprio perché l’opera vibra come un organismo unico, vale la pena entrarci dentro traccia dopo traccia, senza mai ridurla a un elenco di eventi ma accompagnandola come si seguirebbe un racconto.
Guida all’ascolto traccia per traccia
(integrata nello spirito dell’album: un percorso, non una mappa)
1. Share It
Un’apertura che non sembra un’apertura, e proprio per questo funziona. Richard Sinclair canta come se stesse ancora decidendo se iniziare davvero, con quella leggerezza ironica che scioglie subito ogni tensione. È un benvenuto in sordina, quasi ammiccante: entra pure, qui si suona così.
2. Lounging There Trying
Qui la band torna al suo vocabolario tipico: linee sghembe, piccole fughe improvvise, e una morbidezza che sembra farsi strada dentro le fratture. Non accade nulla di spettacolare, e proprio in questo “nulla” risiede la magia. È un brano che respira.
3. (Big) John Wayne Socks Psychology on the Jaw
Il titolo fa sorridere, la musica ti spiazza. Qui i quattro si rincorrono senza scontrarsi mai. È come una conversazione animata tra vecchi amici che si capiscono al volo: rapida, brillante, ma senza un grammo di aggressività.
4. Chaos at the Greasy Spoon
Pochi minuti, densissimi. Un frammento che sembra una polaroid scattata mentre la band improvvisava, poi rifinita con cura chirurgica. È la loro idea di “caos”: non disordine, ma energia compressa.
5. The Yes No Interlude
Uno dei punti più sottili dell’album. Un’interruzione che è anche una cucitura, un ponte. Stewart dipinge piccole miniature tastieristiche che sembrano sospese nel vuoto, come un pensiero che non sai se stai per dimenticare o per afferrare.
6. Fitter Stoke Has a Bath
Forse il momento più apertamente narrativo. Sinclair gioca con la voce come un attore che cambia registro a piacimento, mentre la band costruisce un tappeto musicale che si sfalda e si ricompone. È una piccola pièce teatrale vestita da canzone.
7. Didn’t Matter Anyway
Un sollievo emotivo in mezzo al groviglio geometrico del disco. Qui la malinconia è più esplicita, ma mai pesante: un sorriso stanco, una frase detta sottovoce. È il lato umano che si affaccia senza filtri.
8. Mumps (Suite)
Il cuore, il cervello e lo scheletro dell’intero album.
“Mumps” è un romanzo in quattro capitoli, ognuno con un proprio colore, ma un unico carattere: un misto di ironia, virtuosismo e vulnerabilità.
È il punto in cui la band mette davvero tutto sul tavolo: la logica elastica di Stewart, la chitarra di Miller che sembra parlare più che suonare, la batteria di Pyle che conduce come un direttore d’orchestra nascosto nel retrobottega.
Una suite che non vuole mai essere “grande”, e proprio per questo resta enorme.
La vera perfezione? L’imperfezione disciplinata
La grande forza di The Rotters’ Club è che non cerca mai di essere perfetto: lo diventa non volendolo.
Ogni passaggio conserva una lieve fragilità, un’incertezza che rende viva la musica. È come osservare un equilibrista che, invece di sembrare robotico, appare umano: stabile, sì, ma sempre sul filo.
Perché a 50 anni è ancora un capolavoro
Perché la sua misura non è il tempo.
La sua misura è la libertà.
Si sente un gruppo che suona senza condizionamenti, senza l’urgenza di dimostrare niente a nessuno, senza il bisogno di essere “vendibile”.
Quel tipo di sincerità, oggi, è un linguaggio in via d’estinzione.
Verdetto finale
The Rotters’ Club non è soltanto uno dei vertici del Canterbury sound.
È una dichiarazione d’amore alla musica come terreno di gioco.
Un disco che sembra sempre sul punto di scappare in una direzione nuova, ma che alla fine torna tra le tue mani, come un animale curioso che si fida.
E sì: a distanza di mezzo secolo, è ancora assolutamente perfetto.
Voto: 10/10

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