Restare fedeli a sé stessi senza restare fermi
Dominion, arriva in punta di piedi, senza clamore, ma con quella profondità che solo le band con quarant’anni di storia riescono ancora a esprimere.
Gli IQ non hanno mai cercato la rivoluzione per forza. Hanno sempre privilegiato la coerenza, l’onestà emotiva e la capacità di costruire musica che non travolge all’istante, ma richiede ascolto, respirazione lenta e complicità. In questo nuovo capitolo, questa filosofia emerge più che mai.
Dominion non è un disco che “vuole piacere”: vuole parlare, vuole accompagnare, vuole restare.
Line-up attuale:
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Peter Nicholls / voce principale e cori
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Michael Holmes / chitarre, produzione
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Neil Durant / tastiere
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Tim Esau / basso, bass pedals
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Paul Cook / batteria, percussioni
The Unknown Door – il portale epico
Aprire l’album con una suite di 23 minuti è un manifesto: The Unknown Door è un viaggio introspettivo e sonoro. L’introduzione con fiati solenni e campionamenti di trasmissioni radio della Seconda Guerra Mondiale crea un collegamento tra il passato storico e i temi esistenziali che da sempre gli IQ amano esplorare: la memoria, il conflitto, la vita e la morte.
La suite si sviluppa alternando tensione e distensione, passaggi acustici e orchestrazioni sinfoniche, fino a esplosioni di energia strumentale che testimoniano la maturità compositiva della band. Nicholls mantiene la sua tipica voce teatrale, mentre Durant costruisce un tappeto sinfonico e cinematico che ricorda certi momenti di Yes più che il Genesis della loro prima era. Holmes e Esau scandiscono l’andamento con precisione, e Cook mantiene un ritmo coerente, quasi narrativo.
Qui gli IQ dimostrano ancora una volta la loro capacità di trasformare un concetto musicale in un racconto: non un labirinto di tecnica fine a sé stesso, ma un flusso emotivo coerente.
One of Us – la pausa intima
Tre minuti di riflessione pura. La voce e la chitarra acustica dialogano in modo delicato, e anche se le tastiere entrano, il brano rimane un respiro, un momento di introspezione. Una piccola confessione musicale che smorza l’ampiezza della suite iniziale e mostra la capacità della band di rendere emotivo anche il minimo gesto sonoro.
No Dominion – la solidità della tradizione
Il brano omonimo, con i suoi sei minuti, è il ponte tra epica e introspezione. Qui Nicholls canta in modo riconoscibile, secondo le linee melodiche tipiche della band, mentre gli strumenti creano un paesaggio solido e familiare. È un omaggio ai temi ricorrenti degli IQ – il concetto di resistenza alla fatalità, la riflessione sulla morte (“No Dominion” richiama la celebre frase “Death shall have no dominion”) – senza indulgere in virtuosismi gratuiti. Un brano rassicurante, quasi predestinato, ma eseguito con cura e misura.
Far From Here – la tempesta interiore
Il pezzo più complesso emotivamente dell’album. Passa dalla cupezza alla luce, dall’inquietudine alla fragile malinconia. La costruzione sonora è densa, quasi cinematografica: Durant alterna synth moderni a momenti che ricordano organi dallo statuto quasi sacro, mentre Holmes e Esau guidano l’energia verso picchi di tensione e rilascio. La sezione finale, pianistica e riflessiva, lascia uno spazio alla contemplazione, mostrando il lato più introspettivo degli IQ.
Never Land – l’addio sospeso
Chiudere con un brano raccolto e delicato è un gesto poetico: Never Land non vuole stupire, ma salutare. La chitarra acustica, le progressioni armoniche semplici e le tastiere minimaliste creano un senso di spazio e di sospensione. Un finale che non chiude, ma lascia la porta socchiusa, un invito a tornare.
Una riflessione critica
Dominion conferma la solidità e la coerenza stilistica degli IQ. Arrangiamenti curati, suite ben costruite, ma meno intensità emotiva e fascino oscuro rispetto a The Wake. L’album non sorprende, ma accompagna: testimonianza della maestria tecnica e della fedeltà della band al proprio suono. Il vero valore risiede nella capacità della band di restare coerente a sé stessa senza fossilizzarsi, producendo un lavoro maturo che si ascolta con piacere, anche se senza lo shock emotivo di opere passate.
Nota personale: tra solidità e prevedibilità
Scrivevo recentemente su un blog amico (Rotters’ Club Prog) una riflessione che ritengo utile riprendere qui, per completare il quadro:
“Dominion conferma la solidità e la coerenza stilistica degli IQ, con arrangiamenti curati e una suite di buon livello. Tuttavia, manca quell’intensità emotiva e quel fascino oscuro che rendevano The Wake un’esperienza coinvolgente. È un album sicuro, ben fatto, ma prevedibile: piacevole per gli appassionati della band, ma meno capace di catturare cuore e anima. Rimane comunque un lavoro di qualità, testimonianza della maestria tecnica degli IQ e della loro fedeltà al proprio suono, anche se oggi la sorpresa e la meraviglia lasciano il posto alla rassicurante competenza.”
È una riflessione che non sminuisce il disco, ma lo contestualizza:
Dominion è un’opera che cresce, che accompagna, che consola — ma non sempre scuote.
E oggi, forse, è proprio questo che gli IQ hanno voluto offrire: un luogo sicuro, non un terremoto.
Voto: 7/10

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