venerdì 26 giugno 2026

GENESIS – ONE NIGHT WITH THE ORCHESTRA - Arena Flegrea, Napoli – 25 giugno 2026


 

Arena Flegrea, Napoli – 25 giugno 2026

Ci sono concerti ai quali si assiste. E poi ci sono concerti che si aspettano per mesi, forse per anni, quelli che iniziano molto prima che si spengano le luci del palco. "Genesis – One Night with the Orchestra" appartiene senza esitazione alla seconda categoria.

La mia serata comincia alle 19.30, lasciando casa con quell'inquietudine positiva che solo i grandi appuntamenti musicali sanno regalare. La strada verso Napoli sembra più breve del solito. L'arrivo all'Arena Flegrea, poco dopo le otto di sera, coincide con la sensazione di entrare in un luogo quasi sospeso, dove migliaia di persone condividono la stessa storia musicale.

Come accade spesso ai concerti dei Genesis, il rito dell'attesa è fatto anche di volti. C'è il mio inseparabile compagno di mille avventure musicali, Giovanni De Liso, ormai semplicemente "Brother John", raggiunto insieme a Luca Di Meglio e alla sua dolce metà. Fa caldo, molto caldo. La cavea inferiore è già gremita. I gradini, poco illuminati, tradiscono quasi il mio equilibrio e, inevitabilmente, è proprio Giovanni ad afferrarmi al volo. Ridendo, si autoproclama ancora una volta "il bastone della tua vecchiaia". È una battuta, ma dentro c'è tutto il valore di un'amicizia costruita in decenni di concerti, chilometri e passioni condivise. Incontro anche Mario De Simone, compagno delle scuole elementari e, come allora, innamorato della musica dei Genesis.


Poco dopo arrivano Achille Benigni e la moglie Conchita. Il saluto diventa inevitabilmente un tuffo nella memoria: Roma 2007, l'ultimo tour dei Genesis con Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford. Quasi vent'anni sono trascorsi da quella sera e sembra impossibile che il tempo sia davvero passato. Per qualche minuto l'Arena Flegrea diventa una piccola reunion di vite che questa musica continua a tenere unite.




Poi, finalmente, le luci si abbassano.


Sono circa le 21.10, prima che la musica prendesse definitivamente il sopravvento, un ruolo importante è stato svolto da Carlo Massarini. La sua presenza non aveva nulla di cerimoniale. Per almeno tre generazioni di appassionati, Massarini è stato il volto e la voce attraverso cui il rock è entrato nelle case degli italiani. Con la competenza e l'eleganza che da sempre lo contraddistinguono, ha introdotto il pubblico nel mondo dei Genesis alternando ricordi, curiosità e riflessioni sulla storia del gruppo. Non si è limitato a presentare i brani: li ha contestualizzati, restituendo il clima culturale in cui nacquero e ricordando come, nonostante il progressivo sia stato spesso guardato con sufficienza da parte della critica anglosassone, il tempo abbia finito per consacrarne definitivamente il valore artistico. È stato il filo narrativo della serata, una presenza discreta ma preziosa, capace di accompagnare il pubblico da un capitolo all'altro di questo lungo viaggio nella storia dei Genesis.



L'introduzione di Watcher of the Skies, affidata esclusivamente alle tastiere, è un gesto teatrale di rara intelligenza. Quelle armonie di mellotron, tra le più riconoscibili della storia del progressive rock, non rappresentano soltanto l'apertura dello spettacolo: sono una porta temporale. Bastano pochi accordi perché mezzo secolo di storia venga risucchiato in pochi secondi.

Da quel momento prende forma l'idea stessa del progetto.

Non si tratta di un semplice concerto-tributo. L'ambizione è molto più alta: fondere una rock band con una grande orchestra sinfonica e un coro monumentale, restituendo le orchestrazioni elaborate da Tolga Kashif per la London Symphony Orchestra senza snaturare l'identità dei Genesis. Un'operazione rischiosa, che avrebbe potuto trasformarsi in sterile esercizio di stile e che invece riesce, nella maggior parte dei casi, a trovare un equilibrio sorprendente.

L'orchestra di circa settanta elementi e il coro di trentadue voci non sono semplici accompagnatori: diventano protagonisti della narrazione musicale, espandendo colori già presenti nelle composizioni di Tony Banks senza sovraccaricarle.

Follow You Follow Me, proposta esclusivamente in veste orchestrale, perde ogni residuo di leggerezza pop per assumere una dimensione quasi cinematografica.

L'ingresso della band coincide con il primo vero banco di prova.

Martin Levac rappresenta probabilmente la scelta migliore possibile per un repertorio che attraversa sia l'epoca di Peter Gabriel sia quella di Phil Collins. La sua non è imitazione ma assimilazione: la vocalità conserva il timbro, le inflessioni e perfino alcune respirazioni collinsiane, senza mai risultare caricaturale. Il suo modo di occupare il palco è sobrio, rispettoso della musica, lontano da qualsiasi protagonismo.

Accanto a lui, Nick D'Virgilio dimostra ancora una volta perché sia considerato uno dei batteristi più autorevoli della scena progressive contemporanea.

La prima parte del concerto è costruita con straordinaria intelligenza narrativa.



Firth of Fifth conserva tutta la sua imponenza architettonica. Il celebre assolo pianistico emerge con eleganza, mentre l'orchestra amplifica il lirismo della composizione senza soffocarne la dimensione rock. The Cinema Show sviluppa con pazienza la lunga sezione strumentale, lasciando respirare ogni variazione ritmica. Afterglow, forse il momento emotivamente più intenso del primo tempo, diventa quasi una preghiera laica.

Duchess, anch'essa affidata all'orchestra, conferma quanto la scrittura genesisiana fosse naturalmente predisposta alla trasfigurazione sinfonica.

L'inserimento di Guide Vocal e Carpet Crawlers abbassa volutamente la tensione prima della seconda parte, costruendo una sorta di ponte emotivo verso i brani più monumentali.

L’ingresso di Nick D’Virgilio come voce principale in "In The Cage" costituisce uno dei momenti più intensi della serata. La naturalezza con cui affronta una pagina tanto complessa conferma il suo legame profondo con questo linguaggio musicale.



Una delle sorprese della serata è Undertow, affidata alla giovane Giorgia Andreozzi. L'interpretazione convince soprattutto per coraggio e intensità, pur scegliendo un approccio vocale più potente rispetto alla malinconica fragilità dell'originale.

Il Drum Duet tra Levac e D'Virgilio è molto più di un omaggio al celebre dialogo Collins-Thompson. È un'esibizione di tecnica, ascolto reciproco e musicalità, dove virtuosismo e gusto riescono finalmente a coincidere.



Quando l'ultimo colpo di batteria si dissolve nell'aria dell'Arena, esplode un applauso fragoroso. È un'ovazione autentica, liberatoria, quasi il riconoscimento spontaneo tributato a due musicisti che, fino a quel momento, hanno saputo conquistare definitivamente anche gli spettatori più esigenti.

Ma il tempo di riprendere fiato è minimo.

Le prime note di I Know What I Like (In Your Wardrobe) si insinuano tra gli applausi e, quasi per incanto, accade qualcosa di bellissimo. Martin Levac tende il microfono verso il pubblico e migliaia di voci rispondono all'unisono.

"It's one o'clock..."

Per qualche minuto non esistono più palco e platea.

Esiste soltanto una comunità che canta la stessa canzone.

È uno di quei momenti che nessuna registrazione potrà mai restituire fino in fondo. Non conta tanto la perfezione dell'esecuzione, quanto il senso di appartenenza che riesce a generare. L'Arena Flegrea si trasforma in un gigantesco coro, nel quale ogni voce sembra voler dire la stessa cosa: questa musica è anche nostra.

Dopo tanta raffinatezza sinfonica e tanta complessità compositiva, I Know What I Like riporta i Genesis alla loro dimensione più popolare, quella capace di mettere d'accordo il cultore del progressive e l'ascoltatore occasionale. È un momento di gioia collettiva, quasi una pausa sorridente prima dell'ultima, monumentale salita.

Quando gli applausi cominciano lentamente a spegnersi, sul palco ritorna Carlo Massarini. Ancora una volta la musica lascia spazio, per qualche istante, alle parole. E non potrebbe esserci guida migliore. Con la sensibilità e la competenza che da sempre lo contraddistinguono, introduce quello che non esita a definire il capolavoro assoluto dei Genesis, una composizione che ha segnato in maniera indelebile la storia del rock progressivo. Le sue parole non hanno il tono enfatico della celebrazione, ma quello partecipe di chi conosce profondamente questa musica e desidera condividerne il significato più autentico. L'Arena ascolta in un silenzio quasi religioso.

Quando Massarini conclude il suo intervento e si allontana lentamente dal palco, l'attesa è ormai diventata palpabile.

Poi le luci cambiano.

L'atmosfera si raccoglie.

E arriva lei.

Supper's Ready.



Ventitré minuti che rappresentano probabilmente la vetta assoluta dell'intero repertorio Genesis e una delle composizioni più importanti della storia del rock progressivo.

È qui che il progetto "One Night with the Orchestra" trova la propria definitiva legittimazione artistica.

L'orchestra entra ed esce dalla partitura con naturalezza sorprendente. Il coro interviene senza invadere. Le molteplici sezioni del brano scorrono con una coerenza narrativa rara. "Apocalypse in 9/8" cresce progressivamente fino a un climax di enorme potenza emotiva, mentre "As Sure As Eggs Is Eggs" libera tutta la dimensione quasi liturgica che già apparteneva alla composizione originale.

Per qualche minuto non sembra di assistere a un tributo.

Sembra semplicemente di ascoltare ancora i Genesis.

Il lungo viaggio attraverso la storia dei Genesis sembra ormai giunto al termine. Eppure, prima che le ultime pagine di questo straordinario racconto musicale vengano voltate, è ancora una volta Carlo Massarini a riprendere la parola.

Il suo ritorno sul palco viene accolto con lo stesso calore riservato ai musicisti. Ormai non è più soltanto il narratore della serata: è diventato parte integrante dello spettacolo, il filo invisibile che ha saputo legare musica, memoria e storia.

Con la consueta eleganza ringrazia uno a uno gli organizzatori di questa coraggiosa avventura artistica, un progetto che, tappa dopo tappa, ha attraversato l'Italia portando in scena un'idea tanto ambiziosa quanto affascinante: dimostrare che il repertorio dei Genesis possiede una forza compositiva capace di dialogare naturalmente con una grande orchestra sinfonica.

Ricorda che proprio Napoli rappresenta l'ultima tappa di questo viaggio e, quasi scherzando ma con un pizzico di sincera speranza, strappa al pubblico una promessa. Quella di ritrovarsi ancora. Magari per un nuovo progetto. Magari con uno dei veri protagonisti della storia dei Genesis a condividere il palco con questo magnifico ensemble.

L'Arena risponde con un applauso fragoroso.

È il genere di applauso che non nasce dall'entusiasmo del momento, ma dal desiderio autentico che quelle parole possano un giorno trasformarsi in realtà.

Poi Massarini riserva al pubblico un'ultima sorpresa.

Invita a raggiungere il palco Armando Gallo.



Per chi ama i Genesis non è un nome qualsiasi. È il fotografo che più di ogni altro ha raccontato la loro storia, l'uomo che ha saputo cogliere con il suo obiettivo i momenti più intimi e significativi della band, diventandone negli anni una sorta di memoria visiva ufficiale. I suoi libri e le sue immagini hanno accompagnato intere generazioni di appassionati, contribuendo a costruire l'immaginario di uno dei gruppi più importanti della storia del rock.

Quando appare sul palco, l'Arena Flegrea esplode in un'autentica ovazione.

Non è l'applauso riservato a una celebrità.

È il tributo affettuoso a uno di famiglia.

Gallo sorride, visibilmente emozionato. Saluta il pubblico con la discrezione che da sempre lo contraddistingue e riceve un'accoglienza che testimonia quanto profondo sia il legame costruito negli anni con la comunità dei fan genesisiani.

Solo allora la musica torna a parlare.

Ed è il modo più bello per concludere una serata che, fin dall'inizio, ha saputo fondere racconto e suono, memoria e presente.

The Lamb Lies Down on Broadway riporta il pubblico nella New York immaginaria di Rael, mentre la sezione conclusiva di The Musical Box restituisce tutta la teatralità del primo periodo gabrieliano.

Infine, il ritorno di Watcher of the Skies chiude il cerchio esattamente come era stato aperto.

Una soluzione elegante, simbolica, perfettamente coerente.



Non tutto, naturalmente, è risultato perfetto.

La cavea bassa dell'Arena Flegrea, almeno nella posizione da noi occupata, ha penalizzato in maniera evidente l'equilibrio sonoro. Il coro, elemento fondamentale dell'intero progetto, è spesso rimasto arretrato nel mix, perdendo quella presenza scenica che le partiture richiedevano. Anche il disegno luci, pur funzionale, è apparso meno spettacolare di quanto una produzione di questo livello avrebbe meritato.

Sono limiti tecnici più che artistici, ma incidono inevitabilmente sull'esperienza complessiva.

Eppure, quando si esce dall'Arena, non sono questi i dettagli che rimangono nella memoria.

Rimangono gli abbracci tra amici ritrovati.

Le risate sui gradini.

I ricordi del concerto del 2007.

Le migliaia di persone che cantano insieme "I Know What I Like".

La consapevolezza che la musica dei Genesis continua, ancora oggi, a creare comunità.

A più di cinquant'anni dalla nascita del gruppo, le composizioni di Banks, Rutherford, Gabriel, Hackett e Collins dimostrano una volta di più di appartenere a quella ristrettissima categoria di opere che non conoscono il passare del tempo.

"Genesis – One Night with the Orchestra" non è soltanto un tributo.

È la dimostrazione che il progressive rock, quando è stato scritto con questa profondità, possiede la stessa dignità artistica della grande musica sinfonica.

E forse il complimento più bello che si possa rivolgere a questa produzione è proprio questo: per oltre due ore non si è avuta la sensazione di assistere a un nostalgico esercizio di memoria, ma alla celebrazione viva di un patrimonio musicale che continua a parlare al presente.

Voto: 9/10

Un progetto di rara intelligenza artistica, magnificamente interpretato da Martin Levac e Nick D'Virgilio e impreziosito da un'imponente orchestra e da un coro di grande livello. Qualche limite nell'acustica dell'Arena Flegrea e nel disegno luci impedisce il voto massimo, ma non scalfisce una serata destinata a rimanere nella memoria dei presenti.

 

1 commento:

  1. Grande Nando, io purtroppo non c'ero ma come sempre hai recensito il concerto in modo eccellente dandomi la sensazione di esserci. Un grande abbraccio e W sempre i Genesis. Sergio Forlani

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