Arena Flegrea, Napoli – 25 giugno 2026
Ci sono
concerti ai quali si assiste. E poi ci sono concerti che si aspettano per mesi,
forse per anni, quelli che iniziano molto prima che si spengano le luci del
palco. "Genesis – One Night with the Orchestra" appartiene senza
esitazione alla seconda categoria.
La mia
serata comincia alle 19.30, lasciando casa con quell'inquietudine positiva che
solo i grandi appuntamenti musicali sanno regalare. La strada verso Napoli sembra
più breve del solito. L'arrivo all'Arena Flegrea, poco dopo le otto di sera,
coincide con la sensazione di entrare in un luogo quasi sospeso, dove migliaia
di persone condividono la stessa storia musicale.
Come accade
spesso ai concerti dei Genesis, il rito dell'attesa è fatto anche di volti. C'è
il mio inseparabile compagno di mille avventure musicali, Giovanni De Liso,
ormai semplicemente "Brother John", raggiunto insieme a Luca Di
Meglio e alla sua dolce metà. Fa caldo, molto caldo. La cavea inferiore è già
gremita. I gradini, poco illuminati, tradiscono quasi il mio equilibrio e,
inevitabilmente, è proprio Giovanni ad afferrarmi al volo. Ridendo, si
autoproclama ancora una volta "il bastone della tua vecchiaia". È una
battuta, ma dentro c'è tutto il valore di un'amicizia costruita in decenni di
concerti, chilometri e passioni condivise. Incontro anche Mario De Simone,
compagno delle scuole elementari e, come allora, innamorato della musica dei
Genesis.
Poi, finalmente, le luci si abbassano.
L'introduzione di Watcher of the Skies, affidata esclusivamente alle tastiere, è un gesto teatrale di rara intelligenza. Quelle armonie di mellotron, tra le più riconoscibili della storia del progressive rock, non rappresentano soltanto l'apertura dello spettacolo: sono una porta temporale. Bastano pochi accordi perché mezzo secolo di storia venga risucchiato in pochi secondi.
Da quel
momento prende forma l'idea stessa del progetto.
Non si
tratta di un semplice concerto-tributo. L'ambizione è molto più alta: fondere
una rock band con una grande orchestra sinfonica e un coro monumentale,
restituendo le orchestrazioni elaborate da Tolga Kashif per la London Symphony
Orchestra senza snaturare l'identità dei Genesis. Un'operazione rischiosa, che
avrebbe potuto trasformarsi in sterile esercizio di stile e che invece riesce,
nella maggior parte dei casi, a trovare un equilibrio sorprendente.
L'orchestra
di circa settanta elementi e il coro di trentadue voci non sono semplici
accompagnatori: diventano protagonisti della narrazione musicale, espandendo
colori già presenti nelle composizioni di Tony Banks senza sovraccaricarle.
Follow
You Follow Me, proposta esclusivamente in veste orchestrale, perde ogni
residuo di leggerezza pop per assumere una dimensione quasi cinematografica.
L'ingresso
della band coincide con il primo vero banco di prova.
Martin Levac
rappresenta probabilmente la scelta migliore possibile per un repertorio che
attraversa sia l'epoca di Peter Gabriel sia quella di Phil Collins. La sua non
è imitazione ma assimilazione: la vocalità conserva il timbro, le inflessioni e
perfino alcune respirazioni collinsiane, senza mai risultare caricaturale. Il
suo modo di occupare il palco è sobrio, rispettoso della musica, lontano da
qualsiasi protagonismo.
Accanto a
lui, Nick D'Virgilio dimostra ancora una volta perché sia considerato uno dei
batteristi più autorevoli della scena progressive contemporanea.
La prima
parte del concerto è costruita con straordinaria intelligenza narrativa.
Firth
of Fifth conserva tutta la sua imponenza architettonica. Il celebre
assolo pianistico emerge con eleganza, mentre l'orchestra amplifica il lirismo
della composizione senza soffocarne la dimensione rock. The Cinema
Show sviluppa con pazienza la lunga sezione strumentale, lasciando
respirare ogni variazione ritmica. Afterglow, forse il momento
emotivamente più intenso del primo tempo, diventa quasi una preghiera laica.
Duchess,
anch'essa affidata all'orchestra, conferma quanto la scrittura genesisiana
fosse naturalmente predisposta alla trasfigurazione sinfonica.
L'inserimento
di Guide Vocal e Carpet Crawlers abbassa volutamente la
tensione prima della seconda parte, costruendo una sorta di ponte emotivo verso
i brani più monumentali.
L’ingresso
di Nick D’Virgilio come voce principale in "In The Cage" costituisce
uno dei momenti più intensi della serata. La naturalezza con cui affronta una
pagina tanto complessa conferma il suo legame profondo con questo linguaggio
musicale.
Una delle
sorprese della serata è Undertow, affidata alla giovane Giorgia
Andreozzi. L'interpretazione convince soprattutto per coraggio e intensità, pur
scegliendo un approccio vocale più potente rispetto alla malinconica fragilità
dell'originale.
Il Drum Duet tra Levac e
D'Virgilio è molto più di un omaggio al celebre dialogo Collins-Thompson. È
un'esibizione di tecnica, ascolto reciproco e musicalità, dove virtuosismo e
gusto riescono finalmente a coincidere.
Quando l'ultimo colpo di batteria si dissolve nell'aria dell'Arena, esplode
un applauso fragoroso. È un'ovazione autentica, liberatoria, quasi il
riconoscimento spontaneo tributato a due musicisti che, fino a quel momento,
hanno saputo conquistare definitivamente anche gli spettatori più esigenti.
Ma il tempo di riprendere fiato è minimo.
Le prime note di I Know What I Like (In Your Wardrobe) si
insinuano tra gli applausi e, quasi per incanto, accade qualcosa di bellissimo.
Martin Levac tende il microfono verso il pubblico e migliaia di voci rispondono
all'unisono.
"It's one o'clock..."
Per qualche minuto non esistono più palco e platea.
Esiste soltanto una comunità che canta la stessa canzone.
È uno di quei momenti che nessuna registrazione potrà mai restituire fino in
fondo. Non conta tanto la perfezione dell'esecuzione, quanto il senso di
appartenenza che riesce a generare. L'Arena Flegrea si trasforma in un
gigantesco coro, nel quale ogni voce sembra voler dire la stessa cosa: questa
musica è anche nostra.
Dopo tanta raffinatezza sinfonica e
tanta complessità compositiva, I Know What I Like riporta i
Genesis alla loro dimensione più popolare, quella capace di mettere d'accordo
il cultore del progressive e l'ascoltatore occasionale. È un momento di gioia
collettiva, quasi una pausa sorridente prima dell'ultima, monumentale salita.
Quando gli applausi cominciano lentamente a spegnersi, sul palco ritorna Carlo
Massarini. Ancora una volta la musica lascia spazio, per qualche
istante, alle parole. E non potrebbe esserci guida migliore. Con la sensibilità
e la competenza che da sempre lo contraddistinguono, introduce quello che non
esita a definire il capolavoro assoluto dei Genesis, una composizione che ha
segnato in maniera indelebile la storia del rock progressivo. Le sue parole non
hanno il tono enfatico della celebrazione, ma quello partecipe di chi conosce
profondamente questa musica e desidera condividerne il significato più
autentico. L'Arena ascolta in un silenzio quasi religioso.
Quando Massarini conclude il suo intervento e si allontana lentamente dal
palco, l'attesa è ormai diventata palpabile.
Poi le luci cambiano.
L'atmosfera si raccoglie.
E arriva lei.
Supper's Ready.
Ventitré
minuti che rappresentano probabilmente la vetta assoluta dell'intero repertorio
Genesis e una delle composizioni più importanti della storia del rock
progressivo.
È qui che il
progetto "One Night with the Orchestra" trova la propria definitiva
legittimazione artistica.
L'orchestra
entra ed esce dalla partitura con naturalezza sorprendente. Il coro interviene
senza invadere. Le molteplici sezioni del brano scorrono con una coerenza
narrativa rara. "Apocalypse in 9/8" cresce progressivamente fino a un
climax di enorme potenza emotiva, mentre "As Sure As Eggs Is Eggs"
libera tutta la dimensione quasi liturgica che già apparteneva alla
composizione originale.
Per qualche
minuto non sembra di assistere a un tributo.
Sembra
semplicemente di ascoltare ancora i Genesis.
Il lungo viaggio attraverso la storia
dei Genesis sembra ormai giunto al termine. Eppure, prima che le ultime pagine
di questo straordinario racconto musicale vengano voltate, è ancora una volta
Carlo Massarini a riprendere la parola.
Il suo ritorno sul palco viene accolto con lo stesso calore riservato ai
musicisti. Ormai non è più soltanto il narratore della serata: è diventato
parte integrante dello spettacolo, il filo invisibile che ha saputo legare
musica, memoria e storia.
Con la consueta eleganza ringrazia uno a uno gli organizzatori di questa
coraggiosa avventura artistica, un progetto che, tappa dopo tappa, ha
attraversato l'Italia portando in scena un'idea tanto ambiziosa quanto
affascinante: dimostrare che il repertorio dei Genesis possiede una forza
compositiva capace di dialogare naturalmente con una grande orchestra
sinfonica.
Ricorda che proprio Napoli rappresenta l'ultima tappa di questo viaggio e,
quasi scherzando ma con un pizzico di sincera speranza, strappa al pubblico una
promessa. Quella di ritrovarsi ancora. Magari per un nuovo progetto. Magari con
uno dei veri protagonisti della storia dei Genesis a condividere il palco con
questo magnifico ensemble.
L'Arena risponde con un applauso fragoroso.
È il genere di applauso che non nasce dall'entusiasmo del momento, ma dal
desiderio autentico che quelle parole possano un giorno trasformarsi in realtà.
Poi Massarini riserva al pubblico un'ultima sorpresa.
Invita a raggiungere il palco Armando Gallo.
Per chi ama i Genesis non è un nome qualsiasi. È il fotografo che più di
ogni altro ha raccontato la loro storia, l'uomo che ha saputo cogliere con il
suo obiettivo i momenti più intimi e significativi della band, diventandone
negli anni una sorta di memoria visiva ufficiale. I suoi libri e le sue
immagini hanno accompagnato intere generazioni di appassionati, contribuendo a
costruire l'immaginario di uno dei gruppi più importanti della storia del rock.
Quando appare sul palco, l'Arena Flegrea esplode in un'autentica ovazione.
Non è l'applauso riservato a una celebrità.
È il tributo affettuoso a uno di famiglia.
Gallo sorride, visibilmente emozionato. Saluta il pubblico con la
discrezione che da sempre lo contraddistingue e riceve un'accoglienza che
testimonia quanto profondo sia il legame costruito negli anni con la comunità
dei fan genesisiani.
Solo allora la musica torna a parlare.
Ed è il modo più bello per concludere una serata che, fin dall'inizio, ha
saputo fondere racconto e suono, memoria e presente.
The
Lamb Lies Down on Broadway riporta il pubblico nella New York immaginaria
di Rael, mentre la sezione conclusiva di The Musical Box restituisce tutta la teatralità del primo periodo gabrieliano.
Infine, il
ritorno di Watcher of the Skies chiude il cerchio esattamente come
era stato aperto.
Una
soluzione elegante, simbolica, perfettamente coerente.
Non tutto,
naturalmente, è risultato perfetto.
La cavea
bassa dell'Arena Flegrea, almeno nella posizione da noi occupata, ha
penalizzato in maniera evidente l'equilibrio sonoro. Il coro, elemento
fondamentale dell'intero progetto, è spesso rimasto arretrato nel mix, perdendo
quella presenza scenica che le partiture richiedevano. Anche il disegno luci,
pur funzionale, è apparso meno spettacolare di quanto una produzione di questo
livello avrebbe meritato.
Sono limiti
tecnici più che artistici, ma incidono inevitabilmente sull'esperienza
complessiva.
Eppure,
quando si esce dall'Arena, non sono questi i dettagli che rimangono nella
memoria.
Rimangono
gli abbracci tra amici ritrovati.
Le risate
sui gradini.
I ricordi
del concerto del 2007.
Le migliaia
di persone che cantano insieme "I Know What I Like".
La
consapevolezza che la musica dei Genesis continua, ancora oggi, a creare
comunità.
A più di
cinquant'anni dalla nascita del gruppo, le composizioni di Banks, Rutherford,
Gabriel, Hackett e Collins dimostrano una volta di più di appartenere a quella
ristrettissima categoria di opere che non conoscono il passare del tempo.
"Genesis
– One Night with the Orchestra" non è soltanto un tributo.
È la
dimostrazione che il progressive rock, quando è stato scritto con questa
profondità, possiede la stessa dignità artistica della grande musica sinfonica.
E forse il
complimento più bello che si possa rivolgere a questa produzione è proprio
questo: per oltre due ore non si è avuta la sensazione di assistere a un nostalgico
esercizio di memoria, ma alla celebrazione viva di un patrimonio musicale che
continua a parlare al presente.
Voto: 9/10
Un progetto
di rara intelligenza artistica, magnificamente interpretato da Martin Levac e
Nick D'Virgilio e impreziosito da un'imponente orchestra e da un coro di grande
livello. Qualche limite nell'acustica dell'Arena Flegrea e nel disegno luci
impedisce il voto massimo, ma non scalfisce una serata destinata a rimanere
nella memoria dei presenti.









Grande Nando, io purtroppo non c'ero ma come sempre hai recensito il concerto in modo eccellente dandomi la sensazione di esserci. Un grande abbraccio e W sempre i Genesis. Sergio Forlani
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