Dal Québec continuano ad arrivare alcune delle cose più interessanti del prog contemporaneo. Non è soltanto una questione tecnica o culturale: c’è proprio un gusto particolare per il racconto sonoro, per la malinconia cinematografica, per la costruzione atmosferica. I Code 18 raccolgono questa eredità ma la contaminano con qualcosa di più irregolare, nervoso e moderno. Dentro “Two Places” convivono davvero mondi lontani: le tastiere sinfoniche di Emerson, Lake & Palmer, le inquietudini sghembe dei King Crimson, certe aperture melodiche dei Genesis, ma anche derive imprevedibili che possono ricordare Mr. Bungle, Nine Inch Nails o persino le architetture elettroniche di Vangelis.
È proprio questa capacità di sfuggire alle etichette che rende il disco così vivo.
L’apertura con “Prelude” è una lenta immersione notturna. Le tastiere di Johnny Maz non fanno semplice arredamento vintage: costruiscono ambienti, corridoi sonori, stanze emotive. La chitarra di JF Rémillard entra con un fraseggio bluesy ed elegante, mentre la voce sembra emergere da uno stato di insonnia lucida. C’è qualcosa di profondamente cinematografico nel modo in cui il pezzo cresce senza fretta.
Poi arriva “Polyrhythm”, e il disco cambia pelle. Qui i Code 18 mostrano il lato più imprevedibile della loro musica: tempi spezzati, improvvise aperture corali, jazz, prog moderno, esplosioni quasi industriali. È un brano che vive di contrasti continui: duro e morbido, aggressivo e contemplativo. Il crescendo finale è devastante, quasi apocalittico, ma senza perdere controllo. Sembra di assistere a una collisione tra il prog classico e un presente nervoso, sovraccarico di stimoli e ansia.
“The Old House” rappresenta invece il cuore nostalgico dell’album. Non nostalgia zuccherosa, però. Qui la memoria viene trattata come un luogo sospeso, fragile, pieno di ombre e dettagli dimenticati. Il tempo rallenta. La batteria di Martin Plante lavora quasi per sottrazione, lasciando spazio a chitarre liquide e tastiere ariose. A un certo punto il pezzo assume persino un tono da grande rock melodico anni Ottanta, quasi da arena rock malinconico, ma subito dopo torna a disfarsi in un paesaggio sonoro rarefatto e solenne. È uno dei momenti più emotivi del disco.
E poi c’è “Alors je Cherche”, probabilmente il brano che più chiarisce la personalità dei Code 18. Qui il prog incontra il noir cinematografico, il jazz, il cabaret surreale. Entrano fiati da colonna sonora anni Quaranta, pianoforti da bar fumoso, ritmi da detective story. Sembra di trovarsi dentro un vecchio polar francese popolato da investigatori stanchi, donne misteriose e notti piovose. Il narrato in francese accentua ancora di più questa atmosfera teatrale. È un pezzo ironico, sofisticato, incredibilmente visivo. Altro che neo-prog standardizzato.
Il capolavoro assoluto di follia creativa, però, è “The Lovers, the Incompetent and the Asshole”, che già dal titolo lascia intuire il livello di libertà artistica del gruppo. La prima parte è quasi ingannevole: pianoforte elegante, chitarra acustica, atmosfera raccolta. Poi il pezzo si apre improvvisamente a una dimensione completamente diversa. I sintetizzatori assumono il controllo della scena, le ritmiche si fanno nervose e pulsanti, mentre tastiere e chitarre si rincorrono in un gioco continuo di tensioni e rilanci. Il risultato è una lunga suite dal carattere cinematografico e visionario, dove ogni sezione introduce nuove idee senza mai dare all'ascoltatore punti di riferimento troppo rassicuranti. Ambiziosa, eccentrica e sorprendentemente compatta, rappresenta uno dei momenti più alti dell'intero album.
Dopo tanta tensione, “Moving in a Peach Nightmare” apre una parentesi quasi ambient. Qui emergono chiaramente influenze elettroniche à la Tangerine Dream: tappeti sintetici vellutati, pulsazioni ipnotiche, sensazione di sospensione onirica. È un brano breve ma fondamentale, perché prepara perfettamente l’ingresso della monumentale “A New Soul”.
Ed è qui che il disco raggiunge davvero il suo apice.
“A New Soul” è la grande suite centrale, il manifesto dei Code 18. Quattordici minuti che attraversano progressive sinfonico, hard rock, jazz fusion, prog metal e ambient elettronico senza mai perdere identità. L’inizio è quasi cosmico, poi lentamente il pezzo si trasforma: batteria sincopata, Hammond furiosi, basso pulsante di Bobby St-Louis, assalti chitarristici continui. A tratti vengono in mente Dream Theater, Deep Purple, Gentle Giant, perfino gli Haken più melodici. Eppure il pezzo resta sempre profondamente Code 18: oscuro, cinematografico, emotivamente instabile. Il tema sembra essere quello della sopravvivenza spirituale in un mondo esausto, diviso tra caos e desiderio di redenzione.
Infine arriva “Justice?”, e il disco si chiude nel modo più malinconico e umano possibile. Sax triste, voce quasi spenta, atmosfera da ballata crepuscolare anni Sessanta. Poi lentamente il brano si apre in una lunga progressione sinfonica, tra cambi di ritmo, aperture orchestrali e ritorni melodici. Qui si sente chiaramente l’influenza dei Mystery, soprattutto nella capacità di unire emotività e grandiosità senza cadere nel melodramma.
Ma ciò che colpisce davvero è il senso complessivo dell’album. “Two Places” parla continuamente di dualità:
- sonno e insonnia;
- memoria e presente;
- luce e oscurità;
- speranza e disillusione;
- umanità e caos contemporaneo.
È un disco inquieto, pieno di dettagli, di deviazioni improvvise, di immagini sonore. Richiede attenzione, tempo, immersione. Non è musica da sottofondo. È uno di quegli album che chiedono ancora di essere ascoltati dall’inizio alla fine, come accadeva una volta.
E forse è proprio questo il suo pregio più raro. In un’epoca di ascolti veloci e distratti, i Code 18 hanno avuto il coraggio di realizzare un’opera lunga, ambiziosa, irregolare, persino eccessiva in certi momenti. Ma viva. Terribilmente viva.
In definitiva, “Two Places” è un album che conferma la vitalità della scena progressive del Québec e consacra i Code 18 come una delle realtà più interessanti emerse negli ultimi anni. Un lavoro che non si limita a guardare ai grandi maestri del passato, ma ne rielabora l'eredità attraverso una sensibilità moderna, capace di fondere sinfonismo, jazz, elettronica, hard rock e suggestioni cinematografiche in un linguaggio personale e riconoscibile.
Tra atmosfere notturne, ricordi d'infanzia, inquietudini contemporanee e improvvise esplosioni strumentali, Two Places è un viaggio lungo quasi settanta minuti che richiede attenzione e disponibilità all'ascolto, ma che ripaga ampiamente chi accetta di seguirlo fino all'ultima nota. Non un semplice album di progressive rock, ma un'opera articolata e ambiziosa che dimostra come il genere abbia ancora molto da dire quando incontra musicisti dotati di fantasia, tecnica e autentica passione.
Valutazione: 7,5/10
Track List
- Prelude – 4:23
- Polyrhythm – 6:38
- The Old House – 9:00
- Alors je Cherche – 6:58
- The Lovers, the Incompetent and the Asshole – 10:47
- Moving in a Peach Nightmare – 4:05
- A New Soul – 14:23
- Justice? – 12:01
Durata totale: 68:15
Formazione
- Johnny Maz – tastiere
- JF Rémillard – chitarre
- Bönz – voce
Con:
- Martin Plante – batteria
- Bobby St-Louis – basso
Informazioni sull'album
- Copertina: Serge Dailly
- Etichetta: Unicorn Digital
- Formato: CD, Digital
- Data di pubblicazione: 23 aprile 2026

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