giovedì 14 maggio 2026

Paolo Pagliari - Through The Eyes Of A Child


Through The Eyes Of A Child è uno di quei rari album che sembrano nascere lontano dalle logiche del mercato e perfino dalle urgenze della contemporaneità. Non è un disco “moderno” nel senso convenzionale del termine, né tenta di aggiornare artificialmente il linguaggio del progressive rock. Al contrario, Paolo Pagliari sceglie una strada molto più rischiosa e, per certi versi, molto più nobile: affidarsi completamente alla forza della melodia, alla costruzione atmosferica e alla sincerità emotiva.

Il risultato è un’opera profondamente romantica, immersa nella tradizione del progressive sinfonico europeo, ma attraversata da una delicatezza intimista che la rende sorprendentemente personale.

Sin dall’inizio si percepisce che il disco è stato concepito come un viaggio interiore. Il tema dell’infanzia, non come semplice nostalgia, ma come stato percettivo, come modo puro e non contaminato di guardare il mondo, attraversa ogni composizione. Pagliari non descrive l’infanzia: cerca piuttosto di recuperarne lo stupore, il senso di vulnerabilità, la capacità di emozionarsi davanti ai dettagli più piccoli.

Musicalmente, il disco si colloca in quella terra meravigliosa dove convivono i Pink Floyd più contemplativi, i Camel più lirici, il pastoralismo di Steve Hackett e certe raffinate malinconie neo progressive vicine ai Marillion. Tuttavia, ciò che rende davvero interessante Through The Eyes Of A Child è il modo in cui queste influenze vengono assorbite senza mai trasformarsi in sterile derivazione.

Pagliari comprende profondamente il linguaggio emotivo del progressive classico: i tempi dilatati, la centralità delle atmosfere, l’importanza del “respiro” musicale, la capacità di lasciare spazio al silenzio e alla sospensione. Non cerca quasi mai l’impatto immediato; preferisce costruire lentamente gli stati d’animo, lasciando che i brani si schiudano con naturalezza.

L’apertura affidata a “So Begins” è già una dichiarazione poetica. Le voci dei bambini, i rumori ambientali, le tastiere sospese e quella chitarra dal sapore floydiano introducono immediatamente il concept: il mondo osservato con gli occhi dell’infanzia. È un’introduzione breve ma fondamentale, perché prepara l’ascoltatore a entrare in una dimensione di ricordo e contemplazione.

Con “Stars in Your Eyes” il disco prende realmente il volo. Qui il legame con il periodo più lirico dei Pink Floyd di The Division Bell è evidente, soprattutto nella chitarra cantabile e nell’uso degli spazi sonori. Ma ciò che colpisce è la morbidezza melodica: nulla è aggressivo, nulla forza la mano. Pagliari costruisce la tensione emotiva attraverso piccoli dettagli, cori soffusi, armonie eleganti e una voce che preferisce il sussurro alla teatralità. Il coro infantile dona al brano una luce particolare, quasi una nostalgia dell’innocenza perduta.

Ed è proprio qui che entrano in gioco, in maniera intelligentissima, le partecipazioni speciali. I contributi vocali disseminati lungo il disco non hanno mai funzione ornamentale: servono a espandere il senso emotivo delle composizioni. I cori femminili, le armonizzazioni, le voci infantili e persino i piccoli interventi narrativi contribuiscono a creare un’atmosfera di intimità familiare, quasi domestica. Si avverte continuamente la sensazione che questo album sia stato costruito come un luogo affettivo prima ancora che come un prodotto artistico.

La presenza dei bambini nei cori di “Stars in Your Eyes”, ad esempio, non è un semplice espediente concettuale: dona al brano una dimensione di autenticità che nessun arrangiamento artificiale avrebbe potuto ricreare. Allo stesso modo, le voci ospiti che emergono in altri episodi sembrano rappresentare frammenti di memoria condivisa, apparizioni emotive che attraversano il racconto senza mai interromperne la delicatezza.

“Father’s Words” è forse il momento in cui il lato emotivo del disco raggiunge il suo apice. Qui emerge il lato più neo-progressive del lavoro, con richiami che possono evocare i Marillion più intimisti. La costruzione del brano è magistrale: parte come una confessione sommessa e cresce lentamente fino a una sezione strumentale di grande respiro emotivo. La chitarra non cerca virtuosismi, ma fraseggi lirici capaci di “parlare”. È musica che comunica protezione, memoria, fragilità.

La breve strumentale “Watching Through the Window on a Melancholic Rainy Day” è un piccolo gioiello atmosferico. Qui l’influenza di Steve Hackett emerge soprattutto nell’uso dell’acustica e nella capacità di trasformare poche note in immagini cinematografiche. Sembra davvero di osservare la pioggia da una finestra, con quello stato emotivo indefinibile tra malinconia e conforto.

“Hold On!” introduce invece una componente più accessibile e melodicamente immediata. È forse il brano più “cantabile” del disco, ma la scrittura rimane elegantissima. Pagliari evita sempre la banalità grazie a un grande gusto armonico e a una cura quasi maniacale degli arrangiamenti vocali.

Il delicatissimo intermezzo “Lune de Mer” è uno dei momenti più poetici del disco. La combinazione tra timbri soffici, suggestioni folk-prog e interventi vocali crea una dimensione quasi fiabesca. Qui emerge anche la sensibilità maturata da Pagliari attraverso il suo percorso nella musicoterapia: la musica non viene trattata soltanto come linguaggio estetico, ma come spazio percettivo ed emotivo.

Con “In the Shelter of Your Eyes” si torna a un clima più floydiano, ma immerso in una morbidezza quasi liquida. Il brano vive di sfumature: chitarre atmosferiche, tastiere eteree, cori delicatissimi e un senso continuo di protezione emotiva. Ancora una volta, le collaborazioni vocali si integrano perfettamente nel tessuto sonoro, ampliando il respiro emotivo senza mai rubare centralità alla composizione.

Poi arriva “Camel Escape”, probabilmente il tributo più esplicito dell’album. Ma ciò che colpisce è che Pagliari non imita i Camel superficialmente: ne comprende lo spirito più profondo, quella miscela di malinconia, leggerezza pastorale e fluidità narrativa che appartiene ai grandi lavori di Andrew Latimer. È uno dei brani strumentali più belli del disco, e forse anche uno dei più sinceramente “prog” nel senso classico del termine.

“Memory Box” introduce la parte finale del viaggio con una dolcezza quasi struggente. Le influenze neo progressive sono evidenti, ma filtrate attraverso una sensibilità molto personale. Qui il tema della memoria emerge con forza: sembra davvero di aprire una scatola piena di fotografie ingiallite, oggetti dimenticati, frammenti di vite passate.

Infine, “Light in the Night” chiude l’album con straordinaria eleganza sinfonica. Il crescendo finale è costruito magistralmente: nessuna retorica, nessuna esplosione forzata, soltanto una lenta espansione emotiva sostenuta da cori magnificamente integrati nel tessuto armonico. È una conclusione luminosa ma fragile, profondamente umana.

Dal punto di vista produttivo, il lavoro è impressionante soprattutto considerando la natura quasi interamente solista del progetto. Pagliari controlla ogni dettaglio con grande sensibilità, evitando il rischio, frequente nei lavori auto-prodotti, di sovraccaricare gli arrangiamenti. La batteria di Alberto Quacquarini accompagna con intelligenza e discrezione, privilegiando sempre il clima emotivo rispetto alla pura dinamica ritmica.

Ma la vera grandezza di Through The Eyes Of A Child risiede nella sua sincerità. In un’epoca in cui molto progressive contemporaneo appare ossessionato dalla tecnica o dalla nostalgia autoreferenziale, Pagliari sceglie invece la vulnerabilità, la tenerezza e la contemplazione.

Questo non è un album che vuole stupire. Vuole emozionare.

E ci riesce magnificamente.

Track List
  1. So Begins – 03:22
  2. Stars in Your Eyes – 07:01
  3. Father’s Words – 09:37
  4. Watching Through the Window on a Melancholic Rainy Day – 02:53
  5. Hold On! – 03:55
  6. Lune de Mer – 01:38
  7. In the Shelter of Your Eyes – 06:14
  8. Camel Escape – 06:06
  9. Memory Box – 04:52
  10. Light in the Night – 05:12

Released March 27, 2026


Line-Up & Credits

Main Line-Up

  • Paolo Pagliari — vocals, electric and acoustic guitars, bass, keyboards, percussion, arrangements, production
  • Alberto Quacquarini — drums

Special Guests

  • Sandrine Derouet — backing vocals on track 7
  • Leandro Pagliari — tambourine on track 8
  • Doryan Pagliari — backing vocals on track 2
  • Wilson Pagliari — spoken voice on track 6
  • Luca Vittori — backing vocals on tracks 3 & 10
  • Irene Vittori — backing vocals on track 10
  • Silvia Marques — backing vocals on track 2

Children’s Choir (track 2)

  • Maxime
  • Clémence
  • Eileen
  • Lolla
  • Lorenzo

Production Credits

  • Recorded and mixed by Paolo Pagliari at Paul’s Ago Studios
  • Drums recorded at Quack’s Studios
  • Second sound engineer and technical support: Luca Vittori
  • Mastered by Luca Vittori
  • Artwork, photography and graphic concept: Paolo Pagliari
  • Graphic design: Michele Baccarini
  • English language coach: James Harris

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