Nel panorama contemporaneo del progressive rock più emotivo e cinematografico, pochi gruppi riescono oggi a trovare un equilibrio credibile fra ambizione tecnica, intensità melodica e profondità spirituale. I canadesi Karcius, con Black Soul Sickness, raggiungono invece qualcosa di raro: un album che possiede il peso emotivo del progressive classico, la tensione drammatica del modern prog metal e, soprattutto, un cuore autenticamente romantico.
Pubblicato l’8 maggio 2026, questo settimo lavoro in studio conclude la trilogia iniziata con The Fold e proseguita con Grey White Silver Yellow & Gold. Ma se quei due dischi erano attraversati da una continua ricerca di equilibrio fra luce e oscurità, Black Soul Sickness è il momento della resa dei conti. È un album nero, introspettivo, doloroso. Un disco che parla di alienazione, fragilità emotiva, memoria, perdita e desiderio di redenzione senza mai cadere nella retorica.
La prima cosa che colpisce è il modo in cui la band abbia affinato la propria identità. Qui non c’è più traccia della fusion jazz degli esordi come elemento dominante, ma il linguaggio jazzistico continua a vivere sottopelle: nella libertà ritmica, nella fluidità degli incastri, nella capacità di respirare musicalmente anche dentro strutture molto pesanti. È progressive moderno, sì, ma con una sensibilità quasi “umanistica”, lontanissima dal virtuosismo sterile che spesso soffoca il genere.
L’opener “Wallow”, oltre tredici minuti, è semplicemente uno dei grandi brani progressive del decennio. Parte con un dialogo fragile fra pianoforte e chitarra, quasi sospeso nel vuoto, per poi trasformarsi lentamente in un colosso emotivo. La costruzione dinamica del pezzo è magistrale: i crescendo non servono a impressionare, ma a scavare dentro l’ascoltatore. La voce di Sylvain Auclair è il vero centro gravitazionale del disco: roca, passionale, vulnerabile, capace di evocare tanto il pathos teatrale di Peter Gabriel quanto certe sfumature malinconiche di Daniel Gildenlow, leader dei Pain of Salvation. Ma la vera sorpresa è il basso: presente, melodico, quasi cantabile. In alcuni passaggi sembra guidare l’intero tessuto armonico.
“Out of Nothing” mostra invece il lato più immediato del gruppo. È costruita su una tensione continua fra aperture melodiche e riff modern prog, con un ritornello che resta addosso dopo pochi ascolti. Qui emerge tutta l’intelligenza compositiva di Simon L'Espérance: le chitarre non cercano mai il protagonismo gratuito, ma servono sempre la narrazione emotiva del brano.
“Darkest Heir” è il momento più oscuro del disco. Prog metal monumentale, soffocante, quasi claustrofobico. Eppure, anche nei momenti più aggressivi, i Karcius non perdono mai il senso della melodia. Le tastiere di Sébastien Cloutier aggiungono profondità sinfonica e texture atmosferiche che ricordano tanto Marillion quanto gli Opeth più malinconici. Il lavoro di Thomas Brodeur alla batteria è impressionante: tecnico ma organico, potente ma sempre musicale.
La breve “Slow Down Son” rappresenta il cuore emotivo nascosto dell’album. Una ballata fragile, costruita su pianoforte, ritmiche appena accennate e una melodia che sembra provenire direttamente dal progressive romantico degli anni ’80. Qui si percepisce chiaramente l’eredità di Genesis e Marillion, ma filtrata attraverso una sensibilità moderna, quasi soul.
Con “Rise” il disco torna a respirare in modo più ampio. Le aperture melodiche hanno qualcosa di cinematografico, mentre il mellotron sullo sfondo dona al pezzo una malinconia antica, quasi crepuscolare. È uno dei momenti in cui emerge maggiormente il lato sinfonico dei Karcius: non sinfonico nel senso pomposo del termine, ma nel modo in cui gli arrangiamenti costruiscono paesaggi emotivi vasti e tridimensionali.
E poi arriva “Awakening the Spirit”, probabilmente il vertice artistico dell’intero lavoro. Qui i Karcius toccano davvero il sublime. L’introduzione delicata e sospesa apre il brano con una sensibilità quasi cinematografica, più vicina al progressive emotivo contemporaneo che al sinfonismo classico degli anni ’70. Ma ciò che rende il pezzo straordinario è il modo in cui evolve lentamente verso qualcosa di profondamente personale: le tastiere diventano quasi liturgiche, la chitarra canta più che suonare, e Auclair offre una delle interpretazioni vocali più intense dell’intero album.
La conclusiva “Dusting My Coat” chiude il viaggio con eleganza e malinconia. È un finale che non cerca l’esplosione epica, ma la catarsi emotiva. Il pianoforte iniziale, quasi intimo, lascia spazio gradualmente a una progressione sempre più intensa, fino a un ultimo crescendo che sembra voler trattenere l’ascoltatore dentro il mondo del disco ancora per qualche minuto.
Ciò che rende Black Soul Sickness un album speciale è soprattutto il suo equilibrio. Tecnica e sentimento convivono senza conflitto. Nessuno dei musicisti sente il bisogno di dimostrare qualcosa: tutto è al servizio dell’atmosfera e della narrazione. In un’epoca in cui molta musica progressive appare o freddamente cerebrale o eccessivamente derivativa, i Karcius riescono invece a essere profondamente emotivi senza perdere complessità.
L’album richiama inevitabilmente nomi come Porcupine Tree, Riverside, Pain of Salvation e gli Opeth più introspettivi, ma il cuore melodico e romantico dei Karcius rimane assolutamente personale. È un progressive rock che non vuole soltanto stupire: vuole ferire, consolare, ricordare.
E ci riesce magnificamente.
Valutazione: 8,5/10
Un album maturo, intenso e profondamente umano. Uno dei lavori più emozionanti del progressive moderno degli ultimi anni, capace di parlare tanto alla mente quanto al cuore.
Track List
- Wallow
- Out of Nothing
- Darkest Heir
- Slow Down Son
- Rise
- Awakening the Spirit
- Dusting My Coat
Line-up / Musicians
- Sylvain Auclair — vocals, bass
- Thomas Brodeur — drums
- Sébastien Cloutier — keyboards
- Simon L'Espérance — guitars
Release Information
Format: Vinyl, CD, Digital
Release date: May 8, 2026
Independent Release

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