venerdì 8 maggio 2026

Dreamers - A Tribute to Supertramp - Teatro Cortése, Napoli - 7 maggio 2026


 Dreamers - A Tribute to Supertramp - Teatro Cortése, Napoli - 7 maggio 2026 

Ieri sera al Teatro Cortese non è andato in scena semplicemente un concerto di una cover band. È andato in scena qualcosa di più raro: un atto d’amore verso una musica immortale, complessa, raffinata e tremendamente difficile da riportare sul palco con credibilità. I Dreamers hanno avuto il merito non solo di eseguire il repertorio dei Supertramp, ma soprattutto di comprenderne lo spirito.

La serata viene introdotta con partecipazione e malinconia da Carmine Aymone, che ricorda quanto questa musica appartenga ormai a una stagione irripetibile della storia del rock, segnata dal tempo e dalle assenze di molti protagonisti. Parole che preparano il pubblico, non numerosissimo ma autenticamente appassionato, a entrare in una dimensione quasi emotiva prima ancora che musicale.

Alle 21:15 la band sale sul palco: Alejandro Bernardi alla voce e chitarra acustica, Sergio Casamassima alle chitarre, Paolo Ciriello al basso, Anna Farina e Laura Ferrero ai cori, Sergio Forlani a piano e tastiere, Lello Palma ai fiati e Ignazio Leonetti alla batteria. L’apertura con “School” è una dichiarazione d’intenti perfetta. Quel brano, vera colonna portante di Crime of the Century, continua ancora oggi a conservare intatta la sua forza evocativa: l’angoscia esistenziale, la ribellione verso i modelli imposti, la sensazione di alienazione. L’armonica iniziale resta uno dei momenti più struggenti mai concepiti nel rock progressivo e i Dreamers la restituiscono con intensità e rispetto. La lunga costruzione dinamica del pezzo viene gestita con maturità, sostenuta da una sezione ritmica già impeccabile.



“Bloody Well Right” cambia immediatamente atmosfera: riff taglienti, ironia corrosiva e quella miscela unica di rock e sarcasmo sociale che era una delle firme compositive dei Supertramp. Casamassima lavora di cesello sugli interventi chitarristici, senza mai strafare, mentre Leonetti e Ciriello tengono il brano in costante tensione dinamica.

Da subito emerge la caratura tecnica dell’ensemble. Del resto la presenza di musicisti come Forlani e Casamassima rappresenta già una garanzia assoluta. Ma ciò che colpisce maggiormente è la coesione della band: ogni elemento lavora al servizio del suono complessivo senza mai indulgere nel virtuosismo sterile.

Magistrale l’esecuzione di “Lover Boy”, brano tutt’altro che semplice da affrontare dal vivo per via della fortissima componente pianistica e delle intricate architetture di sintetizzatore. Qui Forlani è semplicemente impeccabile: preciso, elegante, dinamico. I passaggi più complessi vengono affrontati con naturalezza e senza mai perdere quella leggerezza melodica tipica dei Supertramp. Accanto a lui, Bernardi guida il brano con energia e sicurezza, mentre le armonizzazioni vocali delle due coriste restituiscono quella morbidezza corale così importante nel suono della band inglese.



Con “Rudy” si entra invece nel cuore emotivo di Crime of the Century. È probabilmente uno dei momenti più intensi dell’intero concerto. La lunga suite urbana costruita dai Supertramp viene riproposta con grande sensibilità narrativa: il senso di solitudine, il grigiore esistenziale e quella malinconia ferroviaria tipicamente inglese emergono con forza. Straordinario, in questo contesto, il lavoro della sezione ritmica: basso e batteria costruiscono una struttura solidissima, precisa in ogni cambio di atmosfera, mentre Palma aggiunge profondità e respiro orchestrale con sax e clarinetti, senza mai risultare invasivo.

“Gone Hollywood” porta il concerto su territori più brillanti e cinematografici. Il brano, che racconta il sogno americano trasformato in disillusione, vive soprattutto sulle dinamiche e sugli arrangiamenti, e qui la band dimostra notevole controllo timbrico. Bellissimo il dialogo tra il piano di Forlani, il sax di Palma e la chitarra di Casamassima.



“The Logical Song” viene accolta con entusiasmo immediato dal pubblico. È impossibile non lasciarsi trascinare da quella melodia apparentemente leggera che nasconde invece una riflessione amarissima sull’identità e sulla perdita dell’innocenza. Bernardi trova qui uno dei momenti vocalmente più convincenti della serata, sostenuto dalle ottime seconde voci di Farina e Ferrero.

Con “Goodbye Stranger” emerge tutta la componente più sofisticata e west-coast dei Supertramp: groove rilassato, cori avvolgenti e grande lavoro chitarristico. Casamassima cesella con gusto ogni intervento solista, mentre Ciriello e Leonetti mantengono il brano costantemente in equilibrio tra precisione e fluidità.



“Dreamer” è pura energia teatrale. Brano quasi schizofrenico nella sua alternanza tra ironia, follia e malinconia, viene affrontato con coraggio e dinamismo, con Bernardi particolarmente coinvolto nell’interpretazione e Forlani impeccabile nei continui cambi pianistici.

E proprio il lavoro ai fiati merita una menzione speciale per tutta la durata della serata. Palma si dimostra fondamentale nel ricreare quelle sonorità jazz-rock che rappresentano uno degli elementi distintivi dei Supertramp. Sax e clarinetti non sono semplici abbellimenti, ma diventano voce narrativa dentro i brani.

Bellissima anche la prova delle due coriste, mai sopra le righe e perfettamente inserite nel tessuto sonoro della band. Le loro armonizzazioni vocali arricchiscono molti passaggi delicati del concerto, contribuendo a ricreare quella morbidezza melodica tipica delle produzioni classiche dei Supertramp.

“Oh Darling” e “Lord Is It Mine” rappresentano due momenti più intimisti della serata. Nel primo emerge il lato più melodico e radiofonico della band inglese; nel secondo riaffiora invece tutta la fragilità spirituale e quasi esistenziale della scrittura di Roger Hodgson. Qui Bernardi sceglie finalmente un approccio più misurato, lasciando respirare maggiormente la componente emotiva del brano.

Momento di forte partecipazione collettiva all’inizio di “Take the Long Way Home”, quando il pubblico accompagna il celebre intro con il battito delle mani. È uno di quei frammenti in cui si comprende davvero il senso di concerti come questo: non semplice nostalgia, ma condivisione emotiva, memoria comune. Il brano conserva intatta la sua dolceamara riflessione sulla fuga, sulla routine e sul bisogno di ritrovare sé stessi.

“Don’t Leave Me Now” e “It’s Raining Again” riportano invece il concerto dentro atmosfere più malinconiche e crepuscolari. Soprattutto “It’s Raining Again” riesce ancora oggi a trasformare una melodia apparentemente semplice in una piccola elegia sulla solitudine, grazie anche alla delicatezza del lavoro corale delle due vocalist.

Da applausi anche “Casual Conversations”, scelta da intenditori veri più che da repertorio scontato da greatest hits. Il brano conserva tutta la sua eleganza jazzata e quel senso di incomunicabilità adulta che lo rende uno dei pezzi più raffinati di Breakfast in America. Eccellente inoltre la decisione di proporre “Just Another Nervous Wreck”, composizione nervosa, irregolare e musicalmente ricchissima, resa con grande precisione dall’intera band.

Il vertice assoluto della serata arriva però probabilmente con “Child of Vision”. Qui Forlani offre una performance semplicemente immensa. Il lungo lavoro pianistico e tastieristico viene affrontato con autorevolezza tecnica e sensibilità interpretativa, trascinando il pubblico in uno dei momenti più alti dell’intero concerto. Una prova da musicista vero, capace di coniugare precisione esecutiva e anima. Il finale strumentale del brano, sostenuto dalla sezione ritmica di Ciriello e Leonetti e impreziosito dagli interventi di Casamassima e Palma, diventa una vera esplosione di progressive-pop.

Una considerazione a parte merita la prova vocale di Bernardi. In questo contesto Supertramp appare decisamente più a suo agio rispetto ad altre esperienze ascoltate in passato, soprattutto nei brani originariamente interpretati da Roger Hodgson, dove riesce a trovare una maggiore naturalezza interpretativa e un coinvolgimento più credibile. Resta tuttavia una caratteristica evidente della sua impostazione vocale: una tendenza verso registri e inflessioni molto marcate, quasi di matrice heavy metal, che in alcuni passaggi finiscono per allontanarsi dalla fragilità emotiva, dalla leggerezza malinconica e da quella sottile vulnerabilità che rappresentano uno degli elementi più distintivi della musica dei Supertramp. Ciò nonostante, la sua rimane una prova intensa, generosa e tecnicamente solida, sostenuta da evidente partecipazione emotiva.

Da segnalare anche alcuni problemi tecnici emersi poco prima dei bis finali, inconvenienti che avrebbero potuto spezzare il clima costruito durante la serata. La situazione viene però risolta con tempestività ed efficienza da Emiliano, addetto del locale, permettendo al concerto di riprendere rapidamente senza perdere tensione emotiva.



Molto bello infine il momento dedicato a Paolo Spadea, autentico motore del teatro e figura sempre più importante per chi ama la musica suonata dal vivo a Napoli. Il suo intervento, nel giorno del compleanno, tradisce tutta la passione sincera di chi vive la musica prima da ascoltatore che da organizzatore.

I bis finali, “Give a Little Bit” e “Breakfast in America”, chiudono una serata intensa, elegante e profondamente rispettosa di un repertorio immortale. La prima viene accolta quasi come un inno collettivo, mentre la seconda conserva intatta quella leggerezza solo apparente che ha reso i Supertramp immortali.

Perché si segue una cover band?
Perché certe canzoni non appartengono solo a chi le ha scritte, ma anche a chi continua ad amarle. E ieri sera, al Teatro Cortese, per qualche ora, i Supertramp sono tornati davvero vivi.

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