Cinquant’anni dopo Pampered Menial, parlare di un nuovo album dei Pavlov’s Dog è un terreno scivoloso.
Il rischio è sempre lo stesso: scambiare la fedeltà per indulgenza.
Wonderlust, invece, mi ha costretto a fare una cosa più scomoda: ascoltare senza protezioni.
Senza l’alibi della nostalgia. Senza la tentazione di dire “considerata l’età…”. Senza quel riflesso automatico che porta a perdonare tutto a chi ha già scritto pagine importanti della propria storia. Wonderlust non chiede sconti, e soprattutto non li merita. È un disco che va affrontato per quello che è, non per ciò che rappresenta.
La prima cosa che colpisce è il tono generale dell’album. Non c’è alcuna voglia di stupire, nessuna ansia di dimostrare vitalità a colpi di arrangiamenti complessi o di richiami al passato. I Pavlov’s Dog di oggi suonano come una band che sa perfettamente cosa togliere prima ancora di decidere cosa aggiungere. E questa è una forma di maturità rara, soprattutto nel progressive rock.
“Anyway There’s Snow” apre il disco con una delicatezza solo apparente. È un brano che cresce lentamente, giocato su equilibri sottili tra pianoforte, chitarre e il violino di Abbie Steiling, che non colora mai per decorare, ma per dire qualcosa di emotivamente preciso. Fin da subito è chiaro che Wonderlust sarà un album costruito sull’interazione, non sull’esibizione.
La voce di David Surkamp è il vero spartiacque. Chi cerca l’urlo androgino degli anni Settanta rimarrà spiazzato. Qui c’è un’altra voce: più bassa, più ruvida, a tratti fragile. Ma è una fragilità consapevole, mai subita. Surkamp canta come uno che ha smesso di rincorrere le note e ha iniziato a scegliere dove posarsi. E spesso, proprio lì, fa più male.
“Jet Black Cadillac” gioca con l’immaginario del rock classico, ma lo fa con un passo laterale. È un brano che parte trattenuto, quasi dimesso, e solo nel ritornello prende slancio, come se anche l’idea di fuga – la Cadillac nera del titolo – fosse qualcosa di desiderato ma non del tutto creduto. I Pavlov’s Dog non sono mai stati una band solare, e Wonderlust non fa eccezione: anche quando accelera, lo fa con una malinconia strutturale.
“Mona” e “Collingwood Hotel” mostrano il lato più diretto del disco. Qui emergono radici rock, blues, persino country, ma sempre filtrate da una scrittura che evita la linearità banale. “Collingwood Hotel”, in particolare, è una canzone che sa di stanze vissute, di passaggi temporanei, di luoghi che restano più impressi delle persone. È uno di quei brani che non raccontano una storia precisa, ma un’atmosfera, e lo fanno con naturalezza.
“Another Blood Moon” è uno dei vertici emotivi dell’album. È una canzone scura, notturna, che sembra guardare indietro senza mai girarsi davvero. Qui il dialogo tra la voce di Surkamp e gli archi crea una tensione quasi ipnotica, un senso di sospensione che richiama, senza citarla, la sensibilità dei primi Pavlov’s Dog. Non è nostalgia: è continuità emotiva.
La parte centrale del disco scorre compatta, senza cedimenti, alternando momenti più immediati (“Can’t Stop the Hurt”, con il suo piglio quasi hard rock) a episodi più ironici e leggeri come “Solid Water, Liquid Sky”, che nasconde dietro un titolo giocoso una scrittura tutt’altro che superficiale.
Ma è nella seconda metà che Wonderlust mostra con più chiarezza la sua identità profonda. “Calling Sigfried”, strumentale dedicato al violinista degli esordi, è uno dei brani più riusciti dell’album. Jazzato, aperto, mai autoreferenziale, è un pezzo che sembra nascere dal bisogno di ricordare senza mitizzare. Qui il gruppo suona come un organismo unico, dove ogni intervento ha senso solo in relazione agli altri.
“I Told You So” e “Canadian Rain”, scritte con Doug Rayburn, riportano in primo piano il lato più progressivo della band. Ma anche qui non c’è alcuna volontà di “fare prog” per definizione. Le strutture sono articolate perché la musica lo richiede, non per compiacere un genere. “Canadian Rain”, in particolare, è un brano ricco, mobile, con un lavoro di basso straordinario da parte di Rick Steiling, che sostiene e guida senza mai rubare la scena.
La chiusura affidata a “I Wait for You” è breve, quasi trattenuta. Non cerca l’effetto finale, non alza il volume emotivo. Semplicemente si ferma. E in quel fermarsi lascia una sensazione precisa: Wonderlust non è un disco che vuole essere ricordato per un singolo momento, ma per il clima che crea.
In definitiva, Wonderlust è un album che richiede un ascolto adulto, attento, privo di automatismi. Non è un capolavoro nel senso classico del termine, e non vuole esserlo. È qualcosa di più raro: un disco onesto, coerente, suonato e cantato da musicisti che hanno imparato a convivere con il proprio passato senza esserne schiacciati.
Ascoltato senza protezioni, Wonderlust rivela una verità semplice e scomoda: i Pavlov’s Dog non stanno cercando di dimostrare di essere ancora vivi.
Stanno semplicemente continuando a dire qualcosa che vale la pena ascoltare.
Tracklist – Wonderlust (2025)
-
Anyway There’s Snow – 3:48
-
Jet Black Cadillac – 5:17
-
Mona – 4:25
-
Another Blood Moon – 5:57
-
Collingwood Hotel – 5:02
-
Solid Water, Liquid Sky – 6:04
-
Can’t Stop the Hurt – 3:25
-
Calling Sigfried – 3:11
-
I Told You So – 4:41
-
Canadian Rain – 6:29
-
I Wait for You – 2:03
Durata totale: 50:22
Pavlov’s Dog – Musicisti
-
David Surkamp – voce, chitarre acustiche ed elettriche
-
Sara Surkamp – voce, chitarra acustica
-
Mark Maher – pianoforte a coda, Hammond, sintetizzatori
-
Abbie Steiling – violino
-
Rick Steiling – basso
-
Steve Bunck – batteria
-
Phil Ring – chitarre
Informazioni sull’uscita
-
Etichetta: Ruf Records
-
Formato: CD, Digitale
-
Data di pubblicazione: 3 ottobre 2025
Quando la musica è anche amore: Sara
C’è però un ultimo elemento che rende Wonderlust un disco diverso dagli altri, e che oggi non può essere ignorato.
La presenza di Sara Surkamp attraversa l’album con una forza silenziosa ma costante. Non come semplice voce di supporto, non come ruolo “di contorno”, ma come parte viva di un percorso condiviso, artistico e umano.
Sara non è stata soltanto la moglie di David Surkamp. È stata un’artista vera, una donna capace di coniugare creatività, intelligenza e determinazione, una figura centrale nella storia recente dei Pavlov’s Dog. Per oltre trent’anni ha combattuto il cancro senza mai permettere alla malattia di definire la sua identità, continuando a creare, lavorare, amare, esserci. Non una resistenza passiva, ma una scelta quotidiana di presenza.
Sapere che Sara ci ha lasciati il 25 novembre 2025 cambia inevitabilmente la percezione di Wonderlust. Alcuni passaggi, alcune armonie vocali, certi intrecci tra voce e violino assumono un peso diverso, più profondo. Non perché l’album diventi improvvisamente “testamento”, ma perché rivela, ascoltato oggi, tutta la sua fragilità consapevole.
Wonderlust resta prima di tutto un disco riuscito, onesto, maturo.
Ma è anche, inevitabilmente, una testimonianza d’amore: tra due persone, tra due voci, tra due vite che hanno scelto di camminare insieme fino in fondo. E forse è questo, più di ogni altra cosa, a renderlo così umano, così difficile da liquidare con una semplice valutazione critica.
Ci sono album che passano.
E poi ce ne sono alcuni che restano, perché dentro hanno una storia vera.

Nessun commento:
Posta un commento