2 febbraio 1976 – 2 febbraio 2026
Cinquant’anni di “A Trick of the Tail”: il miracolo silenzioso dei Genesis
Pubblicato il 2 febbraio 1976, A Trick of the Tail non è soltanto il primo album dei Genesis dopo l’uscita di Peter Gabriel: è uno dei rarissimi esempi nella storia del rock in cui una band, colpita da una frattura potenzialmente fatale, riesce non solo a sopravvivere, ma a rinascere con grazia, intelligenza e coerenza artistica.
Cinquant’anni dopo, ascoltato senza il rumore delle polemiche dell’epoca e senza la necessità di “dimostrare qualcosa”, A Trick of the Tail appare per quello che è sempre stato: un capolavoro di equilibrio, un disco che non nega il passato ma non ne resta prigioniero.
Il passaggio dall’epoca Gabriel, visto oggi
Nel 1976 molti ascoltatori cercavano in questo album una risposta semplice:
“I Genesis senza Gabriel sono ancora i Genesis?”
Nel 2026 la risposta è più profonda e più serena:
A Trick of the Tail dimostra che i Genesis erano più grandi di qualunque singola personalità, perché avevano sviluppato un linguaggio collettivo, una visione condivisa.
Phil Collins, allora ancora percepito soprattutto come batterista, non “sostituisce” Gabriel: ne eredita il testimone senza imitarlo, scegliendo un’interpretazione più umana, meno ieratica, più emotiva. Una svolta che col tempo si rivelerà decisiva, non solo per la band ma per l’evoluzione stessa del prog verso forme più comunicative.
Un nuovo inizio che non suona datato
Riascoltato oggi, A Trick of the Tail colpisce per una qualità rara: non è un disco prigioniero degli anni ’70.
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Non indulge in eccessi barocchi fini a sé stessi
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Non ostenta virtuosismo come esibizione muscolare
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Non insegue la moda, né la combatte con arroganza
È un album misurato, elegante e narrativo, in cui ogni brano ha una funzione precisa all’interno di un arco emotivo ben costruito. Una coesione che lo rende oggi incredibilmente fresco, soprattutto in un’epoca di ascolti frammentati e dischi “usa e getta”.
Track by track: perché funziona ancora oggi
Dance on a Volcano
A cinquant’anni di distanza, resta una delle aperture più intelligenti della storia del prog: potente ma non ridondante, complessa ma immediata. La batteria di Collins è già firma stilistica, non virtuosismo fine a sé stesso.
Entangled
Squonk
La dimensione mitologica non suona ingenua: è una fiaba amara, raccontata con una musica che alterna solennità e fragilità. La voce di Collins rende la storia più compassionevole.
Mad Man Moon
Qui il tempo è stato particolarmente gentile. Il brano appare quasi senza età: malinconico, sospeso, intimista. Banks costruisce uno dei suoi paesaggi armonici più raffinati, mentre Collins canta con una dolcezza che non forza mai l’emozione.
Robbery, Assault & Battery
Ancora oggi diverte e sorprende: è teatro musicale senza costumi, racconto ironico che dimostra come i Genesis abbiano saputo trasferire la teatralità dalla scena alla musica.
Ripples
Forse il brano che più beneficia della distanza temporale. Ballata sulla giovinezza che svanisce e sul tempo che passa, oggi suona quasi profetica. La sua bellezza è silenziosa: non chiede attenzione, la merita.
A Trick of the Tail
La sintesi perfetta del disco: fantasia, malinconia, tecnica e racconto. Un manifesto involontario dei Genesis post-Gabriel: meno maschere, più umanità, senza rinunciare alla complessità.
Los Endos
Una chiusura che è anche un saluto. I richiami al passato non sono nostalgia, ma gratitudine. È il momento in cui la band sembra dire:
“Sappiamo da dove veniamo, e sappiamo dove stiamo andando.”
Perché oggi è ancora un disco meraviglioso
Cinquant’anni dopo, A Trick of the Tail resta fondamentale perché:
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è un disco onesto, nato da una crisi reale
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dimostra che l’evoluzione può essere continuità intelligente, non rottura traumatica
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privilegia la scrittura e l’atmosfera alla dimostrazione tecnica
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racconta storie che parlano ancora oggi di cambiamento, perdita e rinascita
In un’epoca in cui tutto è immediato e spesso superficiale, questo album chiede tempo — e ripaga sempre.
Cinquant’anni dopo
A Trick of the Tail non è solo “il primo disco senza Gabriel”.
È il disco in cui i Genesis diventano definitivamente una band adulta, consapevole della propria forza collettiva.
E oggi, 2 febbraio, a cinquant’anni esatti dalla sua uscita, possiamo dirlo senza esitazioni:
non è solo un grande album del passato.
È un disco che continua a respirare, a parlare, a emozionare.

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